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VociNuvola18

 

VOCI
Rivista di Scienze Umane

Direttore: Luigi M. Lombardi Satriani
Direttore Responsabile: Walter Pellegrini
Comitato Scientifico: José Luis Alonso Ponga, Jean-Loup Amselle, Marc Augé, Antonino Buttitta †, Francesco  Faeta, Abdelhamid Hénia, Michael Herzfeld, Lello Mazzacane, Isidoro Moreno Navarro, Marino Niola, Mariella Pandolfi, Taeko Udagawa
Comitato di direzione: Antonello Ricci (coordinatore), Enzo Alliegro, Katia Ballacchino, Letizia Bindi, Laura Faranda, Mauro Geraci, Fiorella Giacalone, Fulvio Librandi, Maria Teresa Milicia, Rosa Parisi, Gianfranco Spitilli. 
Direzione e redazione: Dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni, Arte, Spettacolo “Sapienza” Università di Roma, Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma 
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Coordinamento editoriale: Marta Pellegrini
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Distribuzione: GRUPPO PERIODICI PELLEGRINI Via Camposano, 41 - 87100 COSENZA Tel. 0984 795065 - 0984 27229 – Fax 0984 792672
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Registrazione n. 525 Tribunale di Cosenza Iscrizione R.O.C. n. 316 del 29-08-2001 ISSN 1827-5095 Abbonamento annuale € 40,00; estero E 87,00; un numero € 40,00 (Gli abbonamenti s’intendono rinnovati automaticamente se non disdetti 30 gg. prima della scadenza) c.c.p. n. 11747870 intestato a Pellegrini Editore - Via G. De Rada, 67/c - 87100 Cosenza I dattiloscritti, le bozze di stampa e i libri per recensione debbono essere inviati alla Direzione. La responsabilità di quanto contenuto negli scritti appartiene agli autori che li hanno firmati. Gli articoli non pubblicati non vengono restituiti.

Editoriale

 

Biblioteca
A cura di Fulvio Librandi, Rocco Sciarrone, Antonio Vesco

 

Le “verità” del racconto. Riflessioni epistemologiche sulla ricerca nei contesti di mafia
Alessandra Dino 13

“Un certo consenso sociale”? L’area grigia, la borghesia mafiosa e l’antropologia
Antonio Vesco 38

Di altre fratellanze?
Naor Ben-Yehoya da 65

Who we speak with: Gossip as metatalk in a mafia and antimafia universe
Theodoros Rakopoulos 89

Cosa c’era al Gran Ghetto? Il discorso sul caporalato e le pratiche di mediazione nelle campagne del Foggiano
Antonella Rizzello 106

“The Mafia” as Transformational Object
Jason Pine 131

 

Miscellanea

 

Paesaggi digitali e rappresentazioni di culture. Patrimoni, tecnologie dell’informazione e processi partecipativi
Letizia Bindi 142

Aïsha al-Sayyda Mannûbiyya. Peripezie di una santa islamica, tra presente etnografico e fonti agiografiche
Laura Faranda 161

Archivi di narrazione: i patrimoni della tradizione gastronomica
Piercarlo Grimaldi, Davide Porporato 183

In giro al Mondo. Viaggi, diari e fotografia sul finire dell’Ottocento
Lello Mazzacane 206

La aculturación al servicio del evangelismo en la crónica de fray Toribio Motolinía
M. Pilar Panero García 237

 

Camera oscura

 

In memoria di Monsieur Ngabsiya
Valerio Petrarca 261

Fotografie Inverno 2007
271

 

Si parla di…

 

La fiaba cifra dell’identità europea
Francesca Castano 303

Frank Cancian e Lacedonia
Francesco Faeta 308

Sguardi sul mediterraneo. Israel – festival di cinema del reale
Antonello Ricci 313

Marina Malabotti fotografa. Uno sguardo pubblico e privato
Antonello Ricci 317

 

Recensioni 426

 

Notiziario 454

Il tema prescelto dalla direzione e dalla redazione per la parte monografica di questo volume di “Voci” è stato la ‘ndrangheta, da analizzare nelle sue ampie articolazioni, nelle sue trasformazioni nel tempo, nel suo devastante potere onnipervasivo. La proposta di una problematica siffatta non poteva non coinvolgermi profondamente. Calabrese, attaccato profondamente alla mia terra, ne ho esaltato i tratti della cultura tradizionale che ritenevo ampiamente condivisibili, ne ho denunciato quelli che invece consideravo oggettivamente tratti degenerativi per la carica di devastazione e violenza che inserivano nella nervatura di questa società. Rispondendo a una serie di sollecitazioni di giovani studenti che chiedevano alla redazione un approfondimento sul fenomeno ‘ndranghetista, abbiamo deciso di affrontare tale problematica. Al tema delle mafie ho dedicato già nel 1977, assieme a Mariano Meligrana, un numero monografico della rivista “Quaderni del Mezzogiorno e delle isole – Quaderni calabresi” – diretta con inesausta passione da Francesco Tassone – arricchito da un manifesto che riproduceva una serie di litografie date da Enotrio Pugliese. In quel numero abbiamo pubblicato anche il risultato di dibattiti tenuti sulla ‘ndrangheta nell’università di Messina, Facoltà di Magistero, dove per numerosissimi anni, ho tenuto l’insegnamento di Storia delle Tradizioni popolari, e di un dibattito tenuto nella libreria Gangemi di Reggio Calabria con i magistrati della città dello Stretto. Il mio saggio, Sulla cultura mafiosa e immediati dintorni (“Quaderni del Mezzogiorno e delle isole – Quaderni calabresi”, XIV/42-43, 1977), venne poi ripubblicato successivamente nel volume curato da Francesco Tassone per l’editrice Jacabook (Milano, 1983), Le ragioni della mafia, titolo che attirò sul curatore non poche polemiche perché apparve indulgente sino alla collusione, mentre intendeva rivendicare l’organicità del fenomeno rispetto alla società calabrese, per cui bisognava assumerlo coraggiosamente per combatterlo “dall’interno”, senza liquidarlo ideologicamente “dall’esterno” per salvarsi l’anima in nome di un politicamente corretto.

Sottolineo questi tratti autobiografici non per rivendicare ingenuamente titoli “antemarcia”, bensì per sottolineare ancora una volta il mio radicale non coinvolgimento con l’esecrabile fenomeno ‘ndranghetista e per ribadire come l’esigenza di dibattito su questo tema permane in me da molto tempo.

Anni or sono condivisi con favore la proposta avanzata da Fulvio Librandi per l’organizzazione di un museo della ‘ndrangheta che esponesse documenti orali, reperti, elenchi minuziosi delle vittime, affinché tale istituzione potesse svolgere compiutamente la sua costitutiva funzione didattica. La proposta di un museo siffatto interessò profondamente il prefetto di Reggio Calabria, Franco Musolino e i direttori di numerosi musei tedeschi, per cui fummo invitati a Berlino per illustrare la proposta e rispondere alle diverse sollecitazioni dei colleghi. Una serie di difficoltà intervenute, nonché le evidenti problematiche ambientali generate da questa proposta, resero nel tempo impercorribile la strada dell’organizzazione del museo, tuttavia l’iniziativa per diversi anni promosse attività culturali sul territorio, ospitate in un bene confiscato alla ‘ndrangheta, tra le quali alcuni convegni interdisciplinari che misero a confronto studiosi provenienti da varie parti del mondo. Continuo a pensare che sarebbe un bene che tale museo, a distanza di tanti anni dalla sua progettazione, potesse finalmente essere realizzato in concreto e diventare centro e motore di una riflessione costante sul fenomeno mafioso. La parte monografica, curata da Fulvio Librandi, da Rocco Sciarrone e da Antonio Vesco, presenta una serie di interessanti contributi critici. Mi riferisco, ad esempio, a quello di Alessandra Dino, Le “verità” del racconto. Riflessioni epistemologiche sulla ricerca nei contesti di mafia, saggio che affronta alcune questioni metodologiche che riguardano l’uso delle storie di vita e del racconto biografico nella ricerca sociale sulle mafie; a quello di Antonio Vesco “Un certo consenso sociale”? L’area grigia, la borghesia mafiosa e l’antropologia, che affronta il tema complesso delle forme del consenso che la società accorda alle élites di un territorio, analizzando le quali è possibile cogliere la strutturazione dei contesti morali in cui operano le mafie; Naor Ben-Yehoyada nel suo saggio Di altre fratellanze? discute l’estensione delle azioni e delle metodologie di contrasto alle mafie ad altri reati, analizzando in particolare il problema delle logge massoniche deviate e il problema della corruzione in quanto crimine associativo; Theodoros Rakopoulos nel saggio Who we speak with: Gossip as metatalk in a mafia and antimafia universe descrive il fenomeno del gossip all’interno della comunicazione verbale che caratterizza un contesto di ‘ndrangheta, offrendo un’analisi critica delle pratiche metadiscorsive che consente di ricostruire il retroterra condiviso dei discorsi della/sulla mafia; Antonella Rizzello contribuisce al volume con il saggio Cosa c’era al Gran Ghetto? Il discorso sul caporalato e le pratiche di mediazione nelle campagne del Foggiano, nel quale affronta, appunto, il problema del caporalato che negli ultimi anni è tornato al centro del dibattito pubblico, analizzando la costruzione mediatica del fenomeno nonché la circolarità tra la produzione del sapere, l’interpretazione politica e la definizione giuridica; chiude la sezione l’intervento di Jason Pine “The Mafia” as Transformational Object nel quale sono analizzati alcuni tratti dell’immaginario mafioso e la loro concretazione in alcune manifestazioni iperboliche.

Dovrebbe essere ovvio ribadire che la rivista e quanti vi contribuiscono sono per la presunzione di innocenza di tutti i soggetti sottoposti a procedimenti giudiziari citati nei pezzi.

In questo numero la sezione miscellanea propone saggi che vanno da patrimonio e tecnologie in Italia a un interessante fenomeno di consenso devozionale, soprattutto femminile, nei confronti di una santa islamica a Tunisi, fino ad altri due contributi di carattere storiografico. In particolare, Letizia Bindi affronta la questione degli strumenti delle nuove tecnologie della comunicazione utili alla salvaguardia del patrimonio culturale immateriale. Laura Faranda, riporta gli esiti della sua ricognizione etnografica,risalente a settembre 2018 a Tunisi,relativa al culto di una santa islamica che si celebra in due luoghi all’interno della città, di frequentazione quasi esclusivamente femminile. Davide Porporato e Piercarlo Grimaldi presentano il Geoportale della cultura alimentare, importante realizzazione dell’Università degli studi di Scienze Gastronomiche per il MiBAC che può condurre,tra l’altro,a nuovi processi di patrimonializzazione dei beni culturali DEA. Lello Mazzacane illustra – a partire da due album di fotografie che il tenente di vascello Edoardo Parascandolo raccolse durante il viaggio in missione con l’incrociatore Cristoforo Colombo tra il 1877 e il 1878–la fotografia e le sue diverse funzioni in ambito antropologico nel contesto del positivismo di fine Ottocento, la sua importanza come fonte integrativa. Infine, troviamo il contributo di M. Pilar Panero Garcìa, sul francescano spagnolo Toribio de Benavente, noto anche come Motolinia: vissuto tra quattro e cinquecento, autore di una delle più importanti cronache delle Americhe, redatte all’epoca, intrise di positivismo e senso critico rispetto alla mentalità eurocentrica allora dominante.

“Camera oscura” offre un contributo originale relativo al tema del sacrificio umano;tale rituale viene analizzato presso i Gizey, una popolazione stanziata tra Ciad e Camerun;particolare attenzione è rivolta alla figura di Monsieur Ngabsiya Golo. Insieme al commento delle fotografie, scattate nel febbraio 2007, Valerio Petrarca descrive questa figura di sacerdote e racconta di Monsieur Ngabsiya in una prospettiva personale, con particolare trasporto verso l’esito cruento della vicenda:l’uomo,infatti,secondo una specifica pratica rituale ancora presente all’epoca del rilevamento tra i Gizey, viene ucciso a un certo momento della sua vicenda sacerdotale, prima che possa morire di morte naturale.

Completano il numero le altre sezioni: “Si parla di…” con gli scritti La fiaba cifra dell’identità europea di Francesca Castano; Frank Cancian e Lacedonia di Francesco Faeta; Sguardi sul Mediterraneo – IsReal, Festival di cinema del reale e Marina Malabotti fotografa Uno sguardo pubblico e privato entrambi di Antonello Ricci; “Recensioni” e “Notiziario”.

Licenziando questo numero di “Voci”, avverto l’esigenza di esprimere la mia profonda gratitudine al proponente, agli altri curatori della parte monografica e alla redazione, coordinata da Antonello Ricci. Tutti hanno generosamente dato il proprio importante contributo di discussione e approfondimento,unitamente agli autori dei saggi e delle fotografie presenti in ognuna delle sezioni della rivista. Sono convinto che è soprattutto a loro che dobbiamo un numero così ricco, articolato e complesso in grado di mantenere alto il prestigio acquisito da “Voci” e confermato dall’interesse che verso la rivista continuano a mostrare i lettori attenti.

Biblioteca

INTERPRETARE LE MAFIE. POTERI, SAPERI, DISCORSI PUBBLICI.
a cura di Fulvio Librandi, Rocco Sciarrone, Antonio Vesco

Abstract

The essay analyses some methodological issues about the use of life histories and biographic narrations in contexts where researchers deal with mafia organised crime. Starting from the depositions of men and women belonging to the world of Cosa Nostra (acquired during a wide time range), the paper focuses on a complex study experience: Gaspare Spatuzza’s recounting of his own life story, during numerous sessions, while he was in jail in a secret locality. In this analytical scenario, the question arises about how to place the “topic” mafias inside “symbolic spaces”, on which the epistemology of narration is founded. A narration that questions (from a methodological perspective) the sense of narration itself, finding an anchor in “combinatory logics”. The difficulty in its positioning, the contaminated dimension of narration, the “performative muddle” generated by meeting in a border zone are the core of the analysis. It is exactly the intricate ambiguity of the individuals who move inside mafias geographies that seems to ask the researcher for the setting-up of analytical categories, observational methods and criteria to define the “truth”, which meet “epistemic opacities” instead of solid certainties. It is clear, at this point, that ambivalence and contamination are characteristic traits of this type of research; elements that researchers experience in every situation that involves the mafia context: “conditions”, then, with which one has to, methodologically, deal with every time.

Key words: biographic narration, Cosa Nostra, ethnography, symbolic spaces, methodology.


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Abstract

My article starts from the following point: an essential precondition for the affirmation of the mafia power is the political and cultural hegemony of the ruling class that interacts with mafia families. Given that mafia organizations exist – above all – by virtue of their interrelations with other political and economic actors, to understand the rooting and persistence of mafia phenomena it is necessary to observe the consensus granted by the wider society to the elites that govern a specific territory, by analysing the legitimation of the latter to grasp the moral contexts in which specific methods of mafia management of resources mature. Concepts such as “mafia bourgeoisie” and “gray area” have allowed us to grasp crucial political and theoretical issues to analysing mafia phenomena. From an anthropological perspective, it is useful to start from those reflections to investigate the consensus towards the social circles that still make possible the reproduction of mafia power. After a brief review of the studies that have highlighted the relational nature of the mafia in Sicily, I will briefly refer to two case studies that I have carried out in two areas of the island. The first one dwells on the relations between mafia groups and local society in the Western Sicily, and in particular in Trapani; the second one on the activities of the Cosa nostra bosses in Catania and their ties with Lombardo brothers. The events that I observed in these two areas allowed me to observe, respectively: 1) the processes of legitimation of the activities of professionals, public officials, entrepreneurs and politicians engaged in illegal management of public resources together with mafia families; 2) the forms assumed by the widespread consensus granted to such a political-economic power.

Key words: Anthropology; Gray area; Mafia bourgeoisie; Consensus; Cosa nostra; Politics.


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Abstract

Over the past several years, several initiatives have sought to expand the reach of the antimafia criminal justice project beyond the strictly defined realm of criminal organizations of the mafia type. As that strict definition constitutes one of that criminal justice project’s fundamental achievements of the 1980s-90s, this recent turn poses fascinating legal, political, and anthropological dilemmas. We will discuss these transformations and dilemmas by outlining some of the changes that the attempted expansion would include: the criminalization, investigation, and incrimination of “deviated” Freemasons lodges and a new framing of corruption as an associative crime.

Key words: criminal justice, brotherhood, criminalization, criminal organizations, political imaginary.


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Abstract

This essay postulates that the idea of moral borders should be a pertaining one throughout the ethnographic inquiry of mafia, antimafia, and organised crime. I suggest that by shedding light to local ideas about “essence”, what could be called emic essentialisms, we can benefit analytically, as the discursive ways in which someone is construed as “mafia” or indeed “antimafia” in a contested field are made through a sense of essence that travels through words: particularly who speaks with whom. The alliances and strategies that constitute the field of/through gossip are making up the ethnographic argument here. In describing and analysing gossip, the core of my ethnographic attention is verbal communication – taking gossip stricto sensu, as speech about speech – in what I call “metatalk”. I thus present the complexities in shaping and unshaping the borders of ethics that emically separate mafia and antimafia, as well as the transgressions of them. This article argues that informal information, in the form of gossip, is important in the everyday lives of locals, mafiosi, state authorities and antimafia agents in a small community.

Key words: mafia, antimafia, discourse, whispers, gossip, borders


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Abstract

In Italy, in the last ten years, the caporalato - an employment system organized by the gangmasters’ intermediation – has create new interest in public debate, men and women died because of the work in the fields and there were uprisings of migrants against the exploitation. Different journalists have carried out investigations about this phenomenon, that has also attracted the social sciences’ interest, but little has been written about the way it has been represented, about the rhetoric used in the media and how it influences the individuals that live this condition and also the juridical definition of the crime linked to this phenomenon. This article aims to analyze the media construction of the caporalato, in particular focusing on the relationship with the concept of Mafia: the perception of this phenomenon will be the heart of the discussion and the circularity of knowledge production, political interpretation and legal definition will be highlighted. In the second part, starting from the results of a research in a country village in the South of Italy, inhabited by sub-Saharan migrants, we’ll focus on the practices of the caporalato and the forms of mediation of this context. Analyzing the role of caponero – the broker that mediates between migrants workers and farmers – we will approach the anthropological concept of “dependence” that is relevant to interpret the mediation practices of this context.

Key words: gangmaster system, organized crime, labour, migrations, agricolture.


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Abstract

As a transformational object (Bollas 1979), “the mafia” bears people’s projected desires for something in the future that will transform the present. “The mafia,” is evocative and alluring because it holds for people who come into contact with affiliates the possibility for success and wealth. “It” embodies, here and now, the realization of future dreams. In Campania, crime clan affiliates are particularly ostentatious, performing prepotency and supremacy through overt violence, conspicuous consumption and grand gestures of celebrity. These figures enact a hyperbole. They make the hyperbole plausible, and even make it feel possible, for people who are in their thrall.

Key words: Mafia; transformational object; camorra; Campania; hyperbole.


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Miscellanea

Abstract

The paper focuses on the relationship among ethnography, heritagizating processes, knowledge/practice systems and the ‘digital turn’. A great accent is given to participatory processes of local communities to media and new media mise en forme and representation, on increasing democratization and accessibility of ICT and networking platforms as well as of digital archives and new digital media products. After a recollection of the debate of the last decade, the a. critically considers some aspect of her recent fieldworks, which are concerned by forms of packaging and dissemination of shared memories and representations through digital tools and archives.

Key words: Intangible Cultural heritage, ICT (Information Communication Technologies), Commoditization, Participatory Processes, Virtual Communities


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Abstract

manca

Key words: Intangible Cultural heritage, ICT (Information Communication Technologies), Commoditization, Participatory Processes, Virtual Communities


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Abstract

The paper reports on a study carried out by the University of Gastronomic Sciences for the Italian Ministry of Cultural Heritage and Activities and Tourism aimed at the creation of a “Food Culture Geoportal.” This tool will contribute to the renewal of theories and practices linked to the cataloguing and critical recovery of ethno-anthropological content, with particular reference to food themes. The study focused on the problem of networking together databanks with different content and ethno-anthropological strength with the purpose of testing out how a knowledge base, created to perform a specific research task, can become an opportunity to produce complex and more general processes of heritagization of demo- ethno-anthropological cultural heritage. The achieved results make it possible to draw some important indications of meaning for a systemic reading of food. The critical analysis of the seven databanks chosen for this initial experimentation of the Geoportal offers solid information able to add value to the census-taking and cataloguing work carried out over the years. This perspective wants to contribute to the collection, cataloguing, archiving and redistribution of cultural data from Italian demo-ethno-anthropological heritage.

Key words: geoportal, memory, demo-ethno-anthropological heritage, databanks, food.

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Abstract

This essay is about two albums of photographs gathered by the lieutenant of vessel Edoardo Parascandolo during the trip he took around the world between 1877 and 1878 on the cruiser Cristoforo Colombo. The 900 photograps collected by the lieutenant give us the chance to reflect not only upon the meaning of the collections of that time but also upon the importance that ethnographic photography had in Italy during the second half of the Nineteenth century. The following essay starts from a reflection on how important the ethnographic trips were to build up new knowledge and on how photographic evidence, both of humans and objects, was collected. It then analyzes the different functions of photography in antropology which was among the positive sciences at the end of the Nineteenth century. Moreover, the syntactical and narrative structure of the two albums is examined to understand the kind of photography they endorse: a study one, a landscape one, an antropometric one and an ethnographic one. Furthermore, the essay shows a reproduction of a limited but very exemplifying selection of photographs. It also has a paragraph dedicated to the ship’s log, found in the archives of the Navy, which provides the possibility to look at this specific kind of travel narrative together with its importance as a “supplementary” source. Finally, the essay shows the results of a further expertise work we made on the photographs collected all around the world by Parascandolo which led us to know who the authors of the same photographs were, a piece of information that not even the lieutenant probably had, as they are never quoted in his writings.

Key words: Trip, Photography, Ethnography, Ship’s log, Positivism.

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Abstract

The Franciscan Toribio de Benavente, also known as Motolinía, was born in Benavente (Spain) between 1482 and 1492 and died in Mexico in 1569. He is the author of one of the most important Indian chronicles produced in colonial times. The chronicle has come to us in the form of two manuscripts, The History of the Indians of New Spain and the Memorials, which are a recast of another missing major work that is part of the tradition of lost books, but of which we have evidence by other chroniclers like Alonso de Zorita. Motolinía shows the debate within the religious order about how the conquest was explained, the controversies of the conversion to Christianity and the profound cultural transformations of the Native Americans and also of the Europeans who come into contact with the “New World”. This ethnographer chronicler raised his missionary work out of poverty, the franciscan capital coordinate. As a man of the 16th C., he begins with eurocentric positions, although in all the cultural patterns that did not jeopardize the implantation of Christianity Motolinía defended the culture of the “other”. The chronicle of Motolinía offers us a detailed and substantial exposition of the linguistic translation, but also the cultural one made by the missionaries since their arrival in Mexico. In the text he introduces very interesting nuances about different levels of acculturation that took place according to the acculturated group, but in this article we will focus on the process of Motolinia and his Franciscan companions starting from the concept of communitas by Victor W. Turner.

Key words: Motolinía, chronicle, fantastic literature, acculturation, eschatology

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Camera Oscura

In this paper I analyze and discuss some photographs portraying the priest and the place of worship of goddess Gizey, a divinity whose name identifies a population inhabiting an area between Ciad and Camerun. These pictures were taken in Febru- ary 2007. As happened to his predecessors, the goddess’ priest Monsieur Ngabsiya Golo was then sentenced to death the next November in order to prevent him from dying of natural causes. This paper is dedicated to the memory of this man, whose figure has been since then occupying my imagination making it difficult to write about him and thus delaying the reporting of the whole field experience. Once delivered my contribution to the essay illustrating the research conducted among the Gizey, in collaboration with a geographer and a linguist (Gaffuri, Melis & Petrarca, Tessiture dell’identità. Lingua, cultura e territorio dei Gizey tra Camerun and Ciad, Liguori, Napoli, 2019), in this paper I go back to Monsieur Ngabsiya in a more personal perspective in order to commemorate him and to distance myself from him at the same time.

Key words: Cameroon, Chad, festivity, power, human sacrifice.

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Si parla di...

Recensioni

Naor Ben-Yehoyada (PhD Harvard 2011) ha tenuto corsi presso la Divison of Social Anthropology dell’Università di Cambridge. Oggi insegna antropologia presso il Department of Anthopology della Columbia University di New York. Terminata una ricerca sul campo a Mazara del Vallo, sta ora conducendo una etnografia nell’area di Trapani, concentrandosi sulla criminalità mafiosa, sugli uomini e le donne delle istituzioni che la combattono e sui gruppi della società civile che ad essa e alle sue ramificazioni politiche si oppongono. Tra le sue pubblicazioni, Incorporare il Mediterraneo (Meltemi 2019) e diversi saggi su riviste internazionali <(em>Comparative Studies in Society and History, Journal of the Royal Anthropological Institute, Journal of Mo- dern Italian Studies, History and Anthropology).

 

Letizia Bindi insegna Discipline demoetnoantropologiche presso l’Università degli Studi del Molise. Si occupa di beni culturali immateriali, sistemi festivi e cerimoniali, patrimonio bioculturale e relazioni uomo-animale. Si è formata a Roma “Sapienza”, Parigi “EHESS” e “US Johns Hopkins University”. Nel 2005 pubblica Bandiere An- tenne Campanili. Comunità immaginate nello specchio dei media in cui sintetizza dieci anni di lavoro di analisi degli archivi delle Teche RAI. Nel 2009 con Volatili Misteri. Festa e città a Campobasso vince il Premio Scanno per l’Antropologia e le Tradizioni Popolari. Nel 2017 ha pubblicato L’animale, il sacro e la mano dell’uomo. Tempo, territorio e patrimoni immateriali in cammino a Larino. Dirige il Centro Interdipartimentale di Ricerca “BIOCULT” dell’Università del Molise. Nel quadro di questa attività ha concentrato recentemente la sua attenzione anche sui temi del pastora- lismo e della transumanza in chiave patrimoniale e multidisciplinare. Su questo ha curato nel 2017, insieme con Katia Ballacchino, un volume collettaneo internazio- nale dal titolo: Cammini di uomini, cammini di animali. Transumanze, pastoralismi e patrimoni bioculturali.

 

Alessandra Dino è professore associato di Sociologia giuridica e della devianza all’Università di Palermo. È componente del Consiglio direttivo di “Historia Magistra”, del Comitato Scientifico di “Narcomafie”, della “Rivista di Studi e Ricerche sulla Criminalità Organizzata”e del Centro Studi“ Pio La Torre”. Studiosa dei fenomeni criminali, ha applicato il metodo etnografico all’analisi delle trasformazioni della mafia siciliana.Tra i suoi studi più significativi,quelli sul ruolo delle donne nelle mafie e su mafia,Chiesa e religione(1997-2010).Ha approfondito il rapporto tra mafia e potere (2003 -2011) il ruolo dei colletti bianchi nei network criminali, le leadership mafiose, il rapporto tra mafia e informazione, tra crimine, potere e democrazia (2009-2017). Negli ultimi anni, ha indirizzato lo studio sugli aspetti simbolici della violenza di ge- nere e sulle narrazioni giudiziarie del femminicidio. Tra le sue recenti pubblicazioni: Women and transnational organized crime (2012); Frauen in italienischen Mafia (2013); Tra ambiguità e malinteso: schermaglie di una “battaglia per l’identità” in una conversazione tra mafiosi (2015); Mafia, politica e democrazia: il potere e le stragi in Italia (2015), A colloquio con Gaspare Spatuzza. Un racconto di vita, una storia di stragi (2016). Religione, mafie, Chiese: un rapporto controverso tra devozione e se- colarizzazione (2017) “These Dead Are Not Ours”: Identity Factors, Communicative Aspects and Regulative Meanings of Violence inside Cosa Nostra (2019).

 

Laura Faranda è professore ordinario in Discipline Etnoantropologiche presso il Dipartimento di “Storia, Antropologia, Religioni, Arte, Spettacolo” (SARAS) dell’Università di Roma“Sapienza”.Tra i suoi percorsi di ricerca: l’antropologia della Grecia antica, con particolare attenzione alle configurazioni mitiche e simboliche del linguaggio delle emozioni, al mondo femminile, al rapporto tra mito, rito e pro- toclinica; l’antropologia simbolica, con particolare attenzione al rapporto tra corpo e identità di genere; l’antropologia dei processi migratori, con particolare attenzione alla mediazione scolastica ed etnoclinica in Italia e a specifici contesti dell’Africa mediterranea (Tunisia) e Sub-sahariana (Mali); la psichiatria coloniale nel Maghreb; le minoranze etnico-religiose in Tunisia. Tra le sue pubblicazioni:Anime assenti. Sul corpo femminile nel Mediterraneo antico 2017; (a cura di) Non più a Sud di Lampedusa. Italiani in Tunisia tra passato e presente 2016; (a cura di, con Mariella Pandol- fi), La salute mentale e il paradigma geopolitico. Itinerari critici per un’etnopsichiatria radicale 2014; La signora di Blida. Suzanne Taïeb e il presagio dell’etnopsichiatria 2012; Viaggi di ritorno. Itinerari antropologici nella Grecia antica 2009; Configurazio- ni mitiche della paranoia nel mondo greco, in B. Callieri, C. Maci, Paranoia. Passio- ne e ragione 2008.

 

Piercarlo Grimaldi. Già professore di Antropologia culturale e rettore all’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo-Bra. Ha insegnato in precedenza presso l’Università di Torino e l’Università del Piemonte Orientale. È autore di numerosi studi tra i quali: Il calendario rituale contadino. Il tempo della festa e del lavoro fra tradizione e complessità sociale (1993); Tempi grassi, tempi magri. Percorsi etno- grafici (1996); Cibo e rito. Il gesto e la parola nell’alimentazione tradizionale (2012). Ha curato diverse opere: Rivoltare il tempo. Percorsi di etno-antropologia (1997); Bestie, santi, divinità. Maschere animali dell’Europa tradizionale (2003); Il corpo e la festa. Forme, pratiche, saperi della sessualità popolare (2004); Parlandone da vivo. Per una storia degli studi delle tradizioni popolari (2007); Il teatro della vita. Le feste tradizionali in Piemonte (2009); Un certo sguardo. Elementi di ricerca sul campo: il caso della Baìo di Sampeyre (2012). Ha inoltre documentato la memoria delle cultu- re orali, conducendo indagini di antropologia visiva e realizzando archivi multimediali (www. atlantefestepiemonte.it e www.granaidellamemoria.it).

 

Lello Mazzacane è professore ordinario di Storia delle tradizioni popolari e di Antro- pologia visuale alla Facoltà di Sociologia dell’Università di Napoli Federico II. È tra i fondatori in Italia della Visual anthropology. Ha pubblicato saggi su riviste nazionali e internazionali e svolto corsi e seminari in varie università italiane e straniere. Ha fondato e diretto dal 1975 la struttura di ricercaNuovo Politecnico specializzata nella sperimentazione di forme e tecniche avanzate del linguaggio multimediale producendo oltre cinquanta titoli di Multivisioni tra i quali: La festa dei gigli a Nola, 1975 presentata in svariati contesti espositivi, tra cui: Festival mondiale di teatro, Nancy, 1976; Biennale di Venezia 1976; Rencontre internationales de l’audiovisuel scientifique, Parigi 1977; Sicof, Milano 1977; Rencontres internationales de la photographie, Arles 1978; Kulturuset, Stoccolma 1978; EXPO terre des hommes, Montreal 1980. Ha costituito nel corso degli anni uno dei più vasti repertori fotografici esistenti sulle Feste popolari dell’Italia meridionale: sue fotografie sono custodite presso il Museo delle Arti e Tradizioni popolari, Roma; il Cabinet des estampes de la Biblioteque Na- tionale, Parigi; l’Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma. Già direttore del Centro Interdipartimentale di Ricerca Audiovisuale per lo studio della Cultura Popolare dell’Università FedericoII di Napoli ha costituito i 15 Archivi fotografici, oggi patrimonio digitale del MAM, tra i quali il più grande esistente sugli studi fotografici meridionali dell’Ottocento e del Novecento. Nel 1998 ha ideato e diretto sino alla conclusione nel 2003 per Rai Educational il “Progetto Siena” relativo alla realizzazio- ne dei 25 musei della Provincia di Siena. Tra le sue pubblicazioni più note: Perchè le feste 1974; I Bassi a Napoli 1978; Lezioni di fotografia 1983; Struttura di festa 1985; La cultura del mare nell’area flegrea (a cura di) 1989; Il sistema delle feste, in Storia d’Italia, Le Regioni: la Campania 1990.

 

María Pilar Panero García. Profesora de Literaturay Antropología en la Universidad de Valladolid. Es Doctora por la Universidad de Valladolid, Licenciada en Filología Hispánica por la Universidad de Salamanca y en Teoría de la Literatura y Literatura Comparada por la Universidad de Valladolid. Ha disfrutado de becas para realización de diversos trabajos antropológicosyhasi do miembro de los equiposen varios proyectos de investigación. Desde enero de 2005 está vinculada a la “Cátedra de Estudios sobre la Tradición” de la Universidad de Valladolid participando en actividades como el Congreso Internacional de Museografía Etnográfica que se celebró en marzo de 2006, el Congreso Nacional Gregorio Fernández: Vida, arte y Cultura en el Barroco, XVII Congreso Latinoamericano de Religión y Etnicidad: Movilidad Religiosa y Conflicto, Patrimonio Cultural y Turismo de 2018 o los Congresos Lati- noamericanos de Religiosidad Popular: La Semana Santa que se celebraron en de 2008, 2010, 2016 y 2018. Desde noviembre de 2017 es su secretaría. Compagina su labor en dicha Cátedra con la publicación de diversos artículos y con su partici- pación en cursos y congresos. También está vinculada al “Centro Internacional de Estudios de Religiosidad Popular: La Semana Santa”, que trabaja en la difusión de los valores culturales de la Semana Santa de Valladolid a través de exposiciones, en las que da conocer arte, ritos, música en otros lugares donde se vive la celebración con intensidad. Se han realizado en Roma, Oporto, París, Santa Fe y Albuquerque, Mansilla de las Mulas, Valladolid, distintos lugares de Puglia y Palermo. Sus líneas de investigación son el Patrimonio Cultural, la Religiosidad Popular y la Literatura desde la Antropología Cultural.

 

Valerio Petrarca. Mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Napoli nel 1979; sono stato borsista dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici “Benedetto Croce”(1979-80) e ho conseguito il dottorato diricerca in Etnoantropologia nel 1988. Insegno,come professore ordinario, Antropologia culturale nel Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e sono coordinatore, nello stesso ateneo, del dottorato di ricerca in Scienze storiche. Precedentemente ho insegnato nell’Università dell’Aquila (1989-2005) e prima ancora nelle scuole medie statali (1986-1989). Ho insegnato, come professore invitato, presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi (2012), presso la Fondation Mai- son des Sciences de L’Homme (nelle sedi di Parigi e di Montpellier) nel 2014 e nel 2016 e presso la Pontificia Università Teologica dell’Italia Meridionale (nel 2016, 2017 e 2019). Svolgo lezioni e seminari nella Scuola di specializzazione del Centro Studi “Sagara: formazione e iniziative in etnopsichiatria e mediazione etnoclinica” (dal 2017). Le mie ricerche si basano sull’indagine di terreno e sulle fonti storiche. Riguardano i seguenti temi: a) la storia della cultura popolare in età moderna e contemporanea; b) i dinamismi culturali e religiosi dipendenti dal contatto tra società europee e società africane; c) la condizione dei migranti africani in Europa; d) le teorie e la storia delle discipline antropologiche.

 

Jason Pineè Professore di Antropologia e Media Studies presso Purchase College, l’Università di NewYork. È autore diNapoli sotto traccia. Musica neomelodica è mar- ginalità sociale (2015) e The Alchemy of Meth: A Decomposition (2019).

 

Davide Porporato. È professore associato di Etnologia all’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”. Ha lavorato alla creazione di archivi informatici multimediali finalizzati alla gestione del patrimonio etnoantropologico. In questo ambito è responsabile scientifico, con Piercarlo Grimaldi, dell’“Atlante delle Feste Popolari del Piemonte” (www.atlantefestepiemonte.it) e dei “Granai della Memoria”(www.granaidellamemoria.it). Ha partecipato alla ricerca“Geoportale della cultura alimentare”, finanziata dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Dal 2017 lavora ai progetti: “Slow Food CE-Culture,Heritage, Identityand Food”, finanziato dal programma “Interreg Central Europe – Priority Natural and cultural resources”; “Italian Mountain Lab. Ricerca e Innovazione per l’ambiente e i territori di Montagna” - Fondo integrativo speciale per la ricerca (FISR-MIUR). Tra le pubblicazioni recenti ricordiamo i saggi: Il cibo rituale nelle valli occitane, 2016; I “Granai della memoria”: un’esperienza di patrimonializzazione del territorio tra ricer- ca e didattica (con G. Fassino) 2016; Tra musei e feste: pratiche di patrimonializza- zione del Tartufo bianco d’Alba 2017; Operai, fabbriche e cibo: storie di gastronomie precarie 2017; L’orso, il lupo, l’uomo selvatico: viaggio etnografico nei carnevali oc- citani 2017; Sulle tracce di San Rocco: dimensione cerimoniale e raffigurazione del santo a Cocconato 2017; Si comincia dal cappone: vent’anni di Presìdi Slow Food 2018.

 

Theodoros Rakopoulos è professore associato presso il Dipartimento di antropolo- gia sociale dell’Università di Oslo. È autore di From Clansto Co-ops: Confisca della Mafia Landin Sicily e redattore di The Global Life of Austerity (entrambidiBerghahn, 2018) e co-editore di Towards an antropology of wealth (Routledge, con K. Rio). Ha lavorato in Sicilia e in Grecia in temi come solidarietà, mafia, cooperative, attivismo alimentare e teoria della cospirazione. Più recentemente, il suo lavoro si è concentrato sulla ricchezza, sul discorso,sul silenzio e sulla person hood, mentre ora lavora etnograficamente in Cipro per un progetto sulla “commodificazione della cittadinanza.

 

Antonella Rizzello lavora per l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni dell’ONU; ha conseguito il diploma di laurea magistrale in Antropologia Culturale e Etnologia presso l’Università di Torino, ha svolto attività di ricerca sui temi delle migrazioni in Burkina Faso e in seguito nelle città di Palermo e di Prato per Oxfam Novib. Ha collaborato, inoltre, con una borsa di ricerca dell’Università di Torino un progetto Marie Sklodowska-Curie sull’istruzione terziaria inEuropa.

 

Antonio Vesco è ricercatore nell’ambito del progetto ERC “Heteropolitics. Refigur- ing the common and the political” (Aristotle University of Thessaloniki). Dottore di ricerca in Antropologia (Università di Siena/Université Paris I Sorbonne), si occupa principalmente di partecipazione politica e costruzione del consenso, delle forme di auto-governo diffuse tra i movimenti sociali contemporanei, delle interazioni tra gruppi mafiosi e società locali. Recentemente ha scritto, insieme a Gianni Belloni, “Come pesci nell’acqua. Mafie, impresa e politica in Veneto” (2018) e curato, insie- me a Fabio Dei, il numero “Fare politica” della rivista Meridiana (2017). È redattore della rivista “Il lavoro culturale” e membro del Laboratorio di analisi e ricerca sulla criminalità organizzata dell’Università di Torino(Larco).