16 VOCI 2017 1

 Nuvola2017

 

VOCI
Rivista di Scienze Umane

Direttore: Luigi M. Lombardi Satriani
Direttore Responsabile: Walter Pellegrini
Comitato Scientifico: José Luis Alonso Ponga, Jean-Loup Amselle, Marc Augé, Antonino Buttitta †, Francesco  Faeta, Abdelhamid Hénia, Michael Herzfeld, Lello Mazzacane, Isidoro Moreno Navarro, Marino Niola, Mariella Pandolfi, Taeko Udagawa
Comitato di direzione: Antonello Ricci (coordinatore), Enzo Alliegro, Katia Ballacchino, Letizia Bindi, Laura Faranda, Mauro Geraci, Fiorella Giacalone, Fulvio Librandi, Maria Teresa Milicia, Rosa Parisi, Gianfranco Spitilli. 
Direzione e redazione: Dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni, Arte, Spettacolo “Sapienza” Università di Roma, Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma 
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Coordinamento editoriale: Marta Pellegrini
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Registrazione n. 525 Tribunale di Cosenza Iscrizione R.O.C. n. 316 del 29-08-2001 ISSN 1827-5095 Abbonamento annuale € 40,00; estero E 87,00; un numero € 40,00 (Gli abbonamenti s’intendono rinnovati automaticamente se non disdetti 30 gg. prima della scadenza) c.c.p. n. 11747870 intestato a Pellegrini Editore - Via G. De Rada, 67/c - 87100 Cosenza I dattiloscritti, le bozze di stampa e i libri per recensione debbono essere inviati alla Direzione. La responsabilità di quanto contenuto negli scritti appartiene agli autori che li hanno firmati. Gli articoli non pubblicati non vengono restituiti.

Editoriale

 

Biblioteca
A cura di Mauro Geraci

 

Perché fare una ricerca su una palestra di boxe?
Giuseppe Scandurra 15

Il nesso migrazioni-sviluppo come terreno di ricerca
Selenia Marabello 37

Percorsi di etnografia di una fabbrica. Operai meridionali fra trasformazioni globali e nuove disuguaglianze
Fulvia D’Aloisio 55

Posizionamenti complessi. Etnografia intima e impegno sociale in contesti di post disastro
Irene Falconieri 77

Etnografie della mediazione e della narrazione in una clinica neuropsichiatrica romana
Laura Faranda 101

Tregim etnografik. Il “racconto etnografico” nella letteratura albanese tra memoria nazionale e riproduzione della sofferenza
Mauro Geraci 121

The crypto-theological aura of the political body. Reflections on a contemporary albanian painting
Gëzim Qëndro 145

I pregones vallisoletani: un campo di intersezioni politico-religiose
Silvia Lipari 167

 

Miscellanea

 

I burattini gentili di Olga. Un caso di teatro di figura tra eclettismo e tradizione, tra delicatezza e pragmatismo femminile
Alberto Baldi 185

“Etnografie” del brigantaggio. La repressione delle insorgenze nelle Serre calabre tra pregiudizi etnocentrici e stereotipi culturali
Tonino Ceravolo 213

Trama di sguardi
Alessandra Gasparroni 237

Il verdetto
Luigi M. Lombardi Satriani 239

Album e foto di famiglia dell’Est Europa
Tamara Mykhaylyak 241

 

Camera oscura

 

Luciano D’Alessandro: intervista. Napoli 7 giugno 2016
Realizzata da Laura Faranda e Antonello Ricci 261

Luciano D’Alessandro: alcune note su fotografia, sud, impegno politico
Antonello Ricci 275

La miseria del mondo e il grado zero della fotografia. Note di lettura su Gli esclusi
Laura Faranda 283

Psichiatria, antipsichiatria e dispositivo fotografico. Una nota a margine delle immagini di Luciano D’Alessandro
Francesco Faeta 291

Fotografie 1956-1994
Luciano D’Alessandro 297

 

Si parla di…

 

L’inventaire des fêtes en Europe. Comparaisons et nouvelles méthodes d’étude. XXX Colloque Eurethno du Conseil de l’Europe, 8-10 settembre 2016, Aix-en-Provence (France)
Fiorella Giacalone 325

Colloquio con Luigi M. Lombardi Satriani sulla mostra fotografica: Nascita e morte tra gli Acioli. Fotografie di Renato Boccassino, 1933-1934
Intervista raccolta da Antonello Ricci 327

Sguardi dell’alto Egitto (1978-1982): Una mostra fotografica di Giovanni Canova
Roberta Tucci 329

 

Recensioni 338

 

Notiziario 360

Vado ripetendo da tempo le modalità con le quali la Direzione e la Redazione di “Voci” scelgono via via le tematiche che diverranno oggetto della parte monografica.

Il direttore e i componenti della Redazione, coordinati con vigile cura da Antonello Ricci, propongono i temi a loro avviso degni di un approfondimento critico, nel presupposto che la scienza demo-etno-antropologica, proprio perché tale, è in continua fase di trasformazione: di quadri epistemologici, di quadri teorico-metodologici, di nuclei problematici. Se così non fosse, saremmo fermi all’ideologia evoluzionista, alle grandi opere monografiche, ai vastissimi corpora o Biblioteche o Archivi, che pur hanno segnato efficacemente i nostri studi. Una volta prescelta una tematica, questa viene affidata al direttore o redattore che è più disponibile ad approfondirla (quasi sempre colui che l’ha proposta), perché contatti gli studiosi più rappresentativi, vigili sulle fasi della stesura degli scritti e sul rispetto dei tempi e ne riferisca via via nel corso delle frequenti riunioni redazionali.

Via via che i contributi giungono al curatore, questi li gira al direttore e ai componenti della redazione per le osservazioni che riterranno opportune e per il monitoraggio critico dei referee, per le loro considerazioni, che saranno tenute nel debito conto. Procedimento lungo ma che assicura un controllo critico continuo.

È quanto è avvenuto anche questa volta e Mauro Geraci, curatore di questa sezione monografica dedicata a “Campi ibridi per etnografie trasversali”. Essa intende riflettere sulla comparsa di terreni etnografici per lo più inconsueti rispetto a quelli classici consolidatesi nel corso della storia degli studi antropologici e spesso imprevista e improvvisa per gli stessi ricercatori. Il curatore ha raccolto otto contributi che, nella loro successione, si pongono quale possibile itinerario che mette a confronto ed esemplifica l’insieme delle nuove “insorgenze etnografiche” (le chiamerebbe William G. Sumner) registrate in ambiti diversi della ricerca antropologica contemporanea. Insorgenze etnografiche, quindi riflessive, per lo più insolite, sia perché insinuate in zone sociali, politiche e culturali di confine e spesso di forti conflittualità; sia perché toccano a metà, rimescolandole, sfere su cui a lungo s’è concentrato il pensiero antropologico (la parentela e il matrimonio, la festa, i poteri e le economie, i processi migratori, le religioni, le narrative ecc.); sia perché richiedono necessariamente all’antropologo di applicare ed estendere i propri riferimenti critici a campi d’indagine storicamente scoperti e dissodati da altri lavori disciplinari, da quelli linguistici e filologico-letterari a quelli psicologici, da quelli socioeconomici a quelli della storia dell’arte, da quelli della storia delle religioni a quelli della filosofia e della fenomenologia. Si tratta di “campi ibridi”, “incroci” o “connessioni” (le chiamerebbe Jean-Loup Amselle) ancora per molti aspetti labili, instabili, sfocati, appena affiorati o scoperti nel corso di progetti etnografici che, per ciò stesso, hanno spesso comportato in corso d’opera l’entusiastico cambiamento di direzione come il faticoso, difficile ripensamento teorico-metodologico dell’oggetto e della stessa postazione etnografica degli studiosi.

Così, nel saggio che apre la sezione monografica, Giuseppe Scandurra inizia a riflettere sulle complesse scelte documentarie, metodologiche, critiche via via effettuate per delineare e portare avanti un’originale etnografia incentrata sulle dinamiche socioculturali, sulla vita passata e presente della Tranvieri, palestra di box della Bolognina, quartiere periferico di Bologna. Palestra pugilistica nata nel 1950 nell’ambito del dopolavoro di tranvieri e operai bolognesi, di cui Scandurra segue vecchi e nuovi spazi sociali, i cambi di destinazione, gli antichi ambiti politico-sindacali legati al lavoro di fabbrica, le simbologie della lotta e dello sport ancora vive nel condensare e nell’esprimere le difficili relazioni tra il disgregato “mondo operaio” e quello dei nuovi immigrati nordafricani. Sul nesso “migrazioni-sviluppo” segue poi il saggio di Selenia Marabello che, ripercorrendone storia, studi e connesse implicazioni politico-economiche con particolare riferimento alle iniziative di co-sviluppo che hanno coinvolto i migranti tra Ghana e Italia, mostra come tale relazione affondi in un complesso giuoco e rimescolamento di categorie ben note agli antropologi quali quelle di “comunità”, “legame sociale”, “nazione”. Ripensamento di categorie che permette d’affinare la lettura delle politiche migratorie contemporanee, delle geografie di potere, delle narrazioni identitarie, favorendo analisi trasversali tra studi sulle migrazioni, cooperazione internazionale e antropologia. Anticipato da Scandurra, il tema del lavoro e dei possibili percorsi di un’etnografia della fabbrica è invece ripreso da Fulvia D’Aloisio, che nel suo saggio esprime uno sguardo retrospettivo su recenti esperienze di ricerca presso la Fiat di Melfi (Potenza) e la Lamborghini di Sant’Agata Bolognese.

Contesti produttivi di cui la studiosa segue minuziosamente le trasformazioni, i problemi, le istanze dei lavoratori nella recente crisi economica internazionale, assumendo una postura autoriflessiva che tiene conto del suo percorso formativo come delle insorgenze etnografiche di un’industria che cambia, degli interrogativi sugli assetti globali dell’economia neoliberista, delle rinnovate forme di lavoro, delle traiettorie esistenziali dei lavoratori, quindi dei nuovi compiti dell’antropologia dinanzi a tali grandi processi di cambiamento. L’inesauribile, malinowskiana dialettica tra punto di vista emico ed etico, ossia la complessità del posizionamento o del coinvolgimento dell’etnografo in contesti o fenomeni socioculturali a lui vicini è invece al centro della riflessione di Irene Falconieri, collocabile all’interno di quel nuovo ambito disciplinare definito “antropologia dei disastri”.

Vittima e contemporaneamente antropologa in prima linea impegnata nel contesto post disastro in uno dei comuni della Sicilia nordorientale nel 2009 colpiti da una catastrofica alluvione e da ripetuti dissesti idrogeologici, Irene Falconieri segue la sua progressiva articolazione conoscitiva, quella che dal primo, drammatico coinvolgimento personale ha visto in lei l’insorgenza di un distanziamento tanto sul piano etico-politico quanto su quello scientifico, lasciando il posto a una sorta di “partecipazione osservante” continuamente negoziata coi diversi attori sociali di cui essa stessa continua a far parte. E sull’insorgenza di un coadiuvante, specifico intervento dell’antropologo in ambiti psichiatrici quanto mai vasti e tormentati, si concentra il saggio di Laura Faranda che propone gli esiti di una ricerca tuttora in corso sulla raccolta di storie di vita di pazienti incontrati in una casa di cura neuropsichiatrica di Roma. Nel sintetizzare tre anni di lavoro etnografico, la studiosa ci fa riflettere sulle relazioni tra le condotte psicopatologiche e i diversi ambiti culturali entro le quali esse via via s’inscrivono, sugli strumenti dell’antropologia che consentono di esplorare e decostruire assieme ai pazienti, attraverso le loro autonarrazioni, le esperienze della sofferenza, recuperando nel giuoco analitico interpretazioni e rappresentazioni proprie delle loro appartenenze culturali. Nel suo saggio, dedicato al grande antropologo sociale britannico Jack R. Goody di recente scomparso e a una possibile ripresa delle sue direzioni tematiche ed epistemologiche, Mauro Geraci invece si pone al confine tra ambiti letterari e ambiti politici nel momento in cui esamina storicamente i procedimenti narrativi, retorici e simbolici ricorrenti nel tregim etnografik o “racconto etnografico”, in Albania vero e proprio genere letterario che, dagli anni Venti del Novecento, ha fornito un importante sostegno scientifico all’albanismo, alla causa dell’indipendenza politica e alla costruzione dell’identità nazionale. In forma di brevi bozzetti popolari dalle tonalità ora ironiche, ora malinconiche, ora drammatiche tali racconti, ancora presenti nella letteratura albanese di oggi, sembrano svolgere un ruolo importante nella costruzione narrativa della “sofferenza sociale”, quale genere nevralgico di una macchina autoriale, editoriale e letteraria dalle imponenti proporzioni. Vera e propria industria narrativa che in Albania, sin dall’Ottocento, viene impiegata per gestire le transizioni politiche del paese e il suo ricambio ideologico e dirigenziale. E allo stesso contesto storico-culturale si legano anche le riflessioni di Gëzim Qëndro, il più importante studioso del realismo e del surrealismo socialista albanese, che rivela interessantissimi campi d’intersezione tra storia, filosofia dell’arte e antropologia. L’idea centrale di questo scritto è legata alla relazione tra il “corpo politico” e il “corpo organico” dell’ex dittatore socialista Enver Hoxha. Traendo spunto da un quadro del giovane pittore albanese Enkelejd Zonja, Qëndro cerca di dimostrare come il regime totalitario albanese, nonostante il suo ateismo militante e intransigente, abbia utilizzato nel meccanismo della legittimazione del potere politico metanarrazioni di carattere religioso come una serie di pratiche mistiche risalenti al Medioevo bizantino. Si tratta di un misticismo politico, dagli aspetti spesso incomprensibili e patetici, ripreso dal cerchio mistico di derivazione medievale e trapiantato nella realtà politica del XX secolo da un potere che si vantava delle eredità atee della Rivoluzione francese, dell’Illuminismo, della Rivoluzione d’Ottobre. Alla scoperta di ambiti narrativi spesso trascurati da un’antropologia che del fenomeno festivo ha finito per privilegiare gli aspetti performativi, si lega, infine, il saggio di Silvia Lipari dedicato ai discorsi cerimoniali (pregones) annualmente tenuti nella città spagnola di Valladolid in occasione della Settimana Santa. Essi si situano al centro di un complesso campo d’intersezioni politiche e religiose, rappresentando un elemento strutturante della Semana Santa vallisoletana, centrale nella costruzione dell’identità cittadina. Testimonianza di un vissuto festivo, nel riproporsi quali sermoni rituali encomiastici dell’imminente ciclo festivo, i pregones rappresentano ambiti narrativi sperimentali, aperti, dialettici di nuove oratorie e filosofie della Passione, che ritrova, come ho avuto modo di osservare direttamente, nelle cerimonie di Valladolid una delle più alte realizzazioni spettacolari.

Conclusivamente, quali prodotti parziali di etnografie ancora aperte, i saggi raccolti e organizzati da Mauro Geraci nella sezione “Campi ibridi per etnografie trasversali” sono dunque da considerare generose anticipazioni autoriflessive in cui studiosi di diversa formazione e vocazione tematica si sono prestati a ripensare “da una certa distanza” (direbbe Giovanni Verga) il loro stesso lavoro, ricapitolandone le improvvise e spesso destabilizzanti insorgenze, individuandone confini, fonti, spiegazioni, possibili critiche.

Qualche considerazione sul resto del numero: in “Miscellanea” ritroviamo un’approfondita analisi, da parte di Alberto Baldi su I burattini gentili di Olga. Un caso di teatro di figura tra eclettismo e tradizione, tra delicatezza e pragmatismo femminile e uno scritto su “Etnografie” del brigantaggio. La repressione delle insorgenze nelle Serre calabre tra pregiudizi etnocentrici e stereotipi culturali di Tonino Ceravolo che ritorna a trattare delle sue Serre, confermando la lucidità del suo sguardo, che è insieme storiografico e antropologico. Segue una riflessione sull’apparizione nell’esistenza quotidiana dell’evento Malattia potenzialmente mortale e una mia poesia sulla lacerazione introdotta nello scorrere usuale del tempo della possibilità della morte. Chiude la sezione Album e foto di famiglia dell’Est di Tamara Mykhaylyak. “Camera oscura” ruota attorno alle fotografie di Luciano D’Alessandro, tra i grandi fotografi italiani di impegno sociale scomparso nel 2016, destinatario di un’intervista realizzata da Laura Faranda e Antonello Ricci; di note, rispettivamente, di Antonello Ricci su fotografia, sud, impegno politico, di Laura Faranda che ci propone sue note di lettura su Gli Esclusi, di Francesco Faeta su psichiatria, antipsichiatria e dispositivo fotografico.

Il nucleo centrale, ovviamente, è dato da una selezione di fotografie di D’Alessandro realizzate nell’arco temporale 1956-1994. In “Si parla di” abbiamo: un’articolata nota, a cura di Fiorella Giacalone, sul XXX Colloque Eurethno du Conseil de l’Europe, realizzato nel 2016 a Aix-en-Provence (France), avente a oggetto L’inventaire des fêtes en Europe. Comparaisons et nouvelles méthodes d’étude; una mia intervista sulla mostra fotografica Nascita e morte tra gli Acioli. Fotografie di Renato Boccassino, 1933-1934; un’approfondita analisi, a cura di Roberta Tucci, su una mostra fotografica di Giovanni Canova dal titolo Sguardi dell’Alto Egitto (1978-1982). Le “Recensioni” si soffermano criticamente su alcune delle numerose pubblicazioni in ambito antropologico apparse negli ultimi anni, mentre il “Notiziario” rende un commosso omaggio a sette illustri antropologi scomparsi in questo anno, a cura di Eugenio Testa (per Giulio Angioni), di Silvana Borutti (per Ugo Fabietti), mia (per Clara Gallini, Antonino Buttitta, Tullio Seppilli, Amalia Signorelli e Armando Catemario).

Notizie su convegni e seminari concludono un numero che conferma ancora una volta il livello della rivista, che continua a godere dell’apprezzamento e del consenso di studiosi e intellettuali. Tale apprezzamento e consenso sono però possibili – e ne sono radicalmente convinto – per l’impegno generoso e costante, dei redattori, degli autori, dei lettori ai quali vanno le espressioni della mia assoluta, sincera gratitudine.

Biblioteca

CAMPI IBRIDI PER ETNOGRAFIE TRASVERSALI
a cura di Mauro Geraci

Abstract
The overall goal of this essay is to reflect, after six years from publication, on how I circumscribed, conducted and wrote a research with fellow anthropologist Fulvia Antonelli between 2007 and 2010, a research about the practices of everyday life of a group of amateur boxers of the “Tranvieri”, a gym in Bolognina, a district in the outskirts of Bologna. The research employed instruments related to ethnographic practice. I wrote diaries and field notes relevant to the daily life within the space of the gym. I collected the life stories of the leading members, I conducted in-depth conversations with active and retired boxers, sports journalists, members of regional and national boxing federations, coaches and managers. I put the field data into a dialogue with reference literature, magazines and literary works, memoirs of the great boxers and monographs as well as scientific papers. Also, I watched famous boxing movies while reconstructing the history of the ranvieri, a gym born in 1950 that has always been linked to the Circolo del Dopolavoro Ferroviario, an association of tram drivers in Bologna. Specific objective of this paper is to reflect, after six years from the publication, on how my methodological choices have influenced and determined interpretations of this reality.

Key words:ethnography, migration processes, urban anthropology, anthropology of sport.


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Abstract
The relationship between migration and development has been reformulated and granted a distinctly positive significance, emerging as a field comprising international cooperation practices and policies and ways of governing migration. This article draws on a retrospective analysis of a research on a co-development project involving Ghanaian migrants moving between Italy and Ghana to present the migration development nexus as a field of anthropological inquiry. Yet it explores two of the analytical-descriptive categories used in this field: diaspora and brokerage.

Key words: migration and development, diaspora, brokers, political authorities.


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Abstract
This article proposes to reconstruct the origin and the evolution of a research path thorough twenty years, focused on Southern metalworkers and their work, starting from a case-study, the last FIAT car factory in Italy, built in 1994. Beginning from the foundation of the factory, by means of an diachronic ethnographic research, the analysis proceeds up to the recent international crisis, that has led to reductions of the production, both national and local, and the use of the CIG (Cassa Integrazione Guadagni, the Italian integrative salary). The reflexive and partly autobiographical perspective takes into account the author’s education and her research interests, the scientific and ethnographic encounters, the transformations of the theoretical perspective in the last decades. As a matter of fact the anthropological research has increased the interest in workers and enterprise, just when the current changes ask us to reflect on the global scenario of the neoliberal economy, on the new work forms, on the workers’ lives and, finally, on the role of the anthropology in front of these processes of cultural change.

Key words: ethnography, metalworkers, enterprise, reflexivity.


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Abstract
In the last three years Italian anthropology has witnessed radical developments which enabled a redrawing of its epistemological and theoretical borders, as well as the widespread of innovative research fields and new adjustments between methodology and fieldwork realities. The ethnographic experiences described in this article are framed into the new academic space called “anthropology of disasters.” All the relevant data have been gathered along a PhD research on a North-Eastern Sicilian community hit by a flood and subsequent hydro-geological instability during October 2009. A major peculiarity of this research consists in the fact that the researcher herself belongs to the community studied and moreover she was directly and painfully involved in the facts investigated and local developments. According to this specificity the context’s critical interpretation was conducted along a “two stages process”: an initial observation- oriented detachment, related to the emotional, ethical and political position, was followed by a direct involvement of the ethnographer into the observed dynamics. The participant observation approach has given room to “observing participation” tactics, constantly negotiated into the social sphere. Following this pattern the researcher’s life itself, as a victim and a social subject, has become integral part of the ethnography, simultaneously making it an attempt of social and self knowledge. In the following article the specific ethnographic account, gained by the researcher’s personal and intellectual experience, is meant to inspire more general reflections on new theoretical paths into anthropology of contemporaneity.

Key words: activism; auto-ethnography; disaster; intimate ethnography; Sicily.


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Abstract
Why an anthropologist should deal with mental illness? How can he contribute to a vast and articulate psychiatric literature, traditionally voted to the definition of the pathological categories of social discomfort? This article intends to answer such a question by showing the results of an ongoing research on patients’ life stories in a neuropsychiatric clinic in Rome. By synthesizing the ethnographic experience conducted over the past three years, it will try to reflect on the relationship between the psychopathological behaviors and the culture within which they appear. Against the certainty of an urgent nosography, ethnographic exercise gives meaning to forms, voices, witnesses’ lives, in any “clinical form” they are imprisoned..

Key words: ethnography, mental illness, life stories.


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Abstract
In the history of Albanian literature, the tregim etnografik or “ethnographic narrative” becomes a literary genre in the first half of the twentieth century, in agreement with the great intellectual movement that, since the nineteenth century, had supported the Albanian national independence. In the form of short popular sketches with ironic, melancholic or dramatic shades, these ethnographic stories are still produced by contemporary Albanian writers and staged events that exalt or criticize the cultural and moral aspects of rural and pastoral Albania. Neglected by literary criticism, this literary genre instead has important motives of anthropological interest. Here folk culture becomes the metaphorical theater in which to narrate the profound, fast transformation of roles and socioeconomic relations, especially in postcommunist Albania. In the Albanian ethnographic narrative there is also a new “language of feelings”, according to the narrative and cognitive practices that anthropology has highlighted since the times of Marcel Mauss, Rodney Needham, Jack R. Goody (whose studies have reproposed the problem of “social reproduction” of feelings), of the latest reflections of Clifford Geertz, Steven Feld, Jason Throop, Fernando Poyatos. The “ethnographic narrative” seems to play an important role in the construction of “social suffering”; it is a central genre of an impressive authorial, editorial, literary industry that is still used in Albania to handle transitions in the country, to guide his ideological and leadership change, to test new political visions by refreshing with modern pre-texts Albanianism and nationalism, and thus to determine the future rhetorical and political equilibrium of power.

Key words: ethnography; albanian literature; folklore; political history; nationalism.


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Abstract
This study focuses on the relationship between Enver Hoxha’s political and organic body, the absolute leader of the former communist regime in Albania. The author show how Albanian totalitarianism, in spite of its uncompromising atheism, has used for the legitimacy of political power religious metanarratives and a series of byzantine derivation practices. This is a political mysticism drawn from the mystical circle of medieval political conception and transposed into the reality of the twentieth century by a power that exalted the atheist legacies of the Illuminism, French Revolution and the October Revolution. Qëndro reflects mostly on a picture of the young Albanian painter Enkelejd Zonja entitled Visit in the Wound that echoes the famous painting by Caravaggio The Incredulity of Saint Thomas of 1603. Through a historical comparison that comes to the juridical fiction of the Tudors of the fifteenth century known as the theory King’s two body, Qëndro also shows how Hoxha had two bodies: the organic and deadly body that lived in Tirana hidden in the headquarters of the communist nomenklatura (the Blloku), and the mystical one considered almost immortal. The analysis of Zonja’s work thus highlights the coexistence of real and unreal spaces, of different incoherent places and times in real space, which brings us back to the “heterotopia” of Foucault where the forbidden religious perspective returns as an important key of the symbolic capital and power.

Key words: albanian art; totalitarianism; political power; religious power.


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Abstract
The Pregones represent a structuring moment of Holy Week in Valladolid and attest central elements in the construction of the historical and social identity. Testimony of a festive experience, performative act, verbal exercise place, suspended between oraly and writing, the Pregones have a double value. From a political point of view, they are anchored to a conservative vision of society and the “traditional” traits that make it (this vision is problematic in the case of the Pregoner Gustavo MartínGarzo). From a religious point of view, they represent encomiastic sermons, praiseworthy speechs, oratory in honor of the imminent Holy Week.

Key words:rite, feast, symbolic universe, images, religion and policy.


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Miscellanea

Abstract
Olga Lampe’s peculiar artistic occurrence: between the first and the second half of the XXth century this woman merged her teaching and parental experience with that of puppeteer. She hence contravened the tradition of the Street Figure Theatre, indisputably dominated by the male presence and still nowadays, Olga very often redefines the boundaries of this kind of theatre, starting precisely from scenarios and characters which convey to the represented plots some delicate, fabled and enchanted tones. This female puppeteer cloaks her theatre with a maternal gender dimension, experimenting modern and avant-garde solutions that break down the barriers between the actors and the audience: she goes in and out of the theatre, she plays a role but at the same time interacts and plays with her audience of children. She manifests an indubitable, indestructible pragmatism which is essential to face an uncertain and definitely unusual work for a woman who often acts and moves by herself.

Key words: anthropology of the theatre, figure theatre, theatrical avant-gardes, women’s pragmatism.

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Abstract
The first period of the Calabrian brigandage, during the beginning of the 19th Century, is very important to understand anthropological and historical problem of the Southern Italians’ identity, its origins and its developments. In fact, several authors (Dumas, Quintavalle, Montefredine) presented the Southern Italians, writing about that period, at the same time as brutes, savages, inappropriate to the modern life. In this way, those writers represented that people creating a negative image based on the failure to comprehend, which influenced the following notions about that Italian region. The case-study now explained – the repression of the brigandage executed from French official Antonio Manhès and its successive interpretations – is a clear example of how the construction of the aforementioned identity is an historical phenomenon in which ethnocentric prejudices and cultural stereotypes had an important role.

Key words: otherness, ethnocentrism, identity, southern Italy, southern question.

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Abstract
This short text tells about the experience of the disease and the related loneliness; it is a reflection on the appearance in the daily existence of the disease event as potentially fatal , on the dizzying wait that marks the controls, the progress of therapies, in the growing awareness that fear is a state of mind impossible to intimately share with someone else.

Key words: disease, wait, solitude, fear, death.

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Abstract
This short writing is a poem on the laceration in the ordinary flow of time which is produced by the concrete perception of the possibility of death. A poem on the interior experience of waiting for the looming end of existence, which annihilates everything and makes the desire for life vain .

Key words: desease, wait, torment, life, death.

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Abstract
The first part of the paper shows, through an anthropological visual documentation directly provided by the researcher, how in Russia, family pictures have been triggering the interest of many scholars for several decades now. In this respect, some contemporary researchers consider those pictures as an effective means of knowledge and a key of interpretation of Soviet times. The second section of the paper revolves around the investigation of family albums recovered in Gorodok, a small village in the Western Ukraine. All the selected pictures clearly highlight the change as well as the persistence of those mixed cultural patterns characterising the Western Ukraine families before, during and after communism.

Key words: photography, family, Russia, Ukraine, Soviet Union.

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Camera Oscura

Abstract
The interview recalls the whole life story of Luciano D’Alessandro (Naples, 1933-2016), one of the most representative Post-war photojournalist in Italy. The dialogue takes the shape of a true life narrative. Indeed D’Alessandro’s professional activity as a photographer and his biographic course reciprocally correspond: since his apprenticeship to his collaboration with Michele Gandin, Annabella Rossi and Sergio Piro, through his commitment to document with his photos the phenomena of social marginalization and the condition of sectioned patients in mental institutions, his partnership with Gianni Berengo Gardin and his collaboration with “L’Unità”, “L’Espresso”, Mauro Pannunzio’s “Il Mondo” and other national and international journals and newspapers.

Key words: photography, marginalization, exclusion, mental hospital, D’Alessandro

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Abstract
The photographs made by Luciano D’Alessandro (Naples 1933-2016) are not only documentary glimpses over the world, yet they are a radical moment of political action. They are an instrument that is able to affect dominant reality in a strong way. Luciano D’Alessandro’s photographs make visible contradiction, tolerance, intolerance. The photographer’s glimpse focuses on every possible public and private, external and interior element in an “anti-dogmatic” way. In an ethnographic perspective and an anthropological view, D’Alessandro’s images provide a critical and careful observer with a complex and articulate cultural landscape which results from a stratification of the social contexts cohabitating in the same territory, in the same city, in the same quarters. They also give a socio-historical itinerary in order to read, in a political key, the shaping of a national State built on the ruins of a tormented and abandoned South: a “photograph of the history”.

Key words:: photography, tolerance, political commitment, South, D’Alessandro


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Abstract
L’esperienza di Luciano D’Alessandro (Napoli 1933-2016) nell’ospedale psichiatrico Materdomini di Nocera Inferiore (SA) nasce grazie all’incontro con Sergio Piro, che lo dirige e con cui stringe amicizia in un inconsueto luogo di soglia: lo scoglio di Vervece, che guarda Sorrento e che entrambi raggiungono quotidianamente con un gommone, per una “traversata di simpatia”. Siamo nell’estate del 1965, ed è l’occasione di connettere due percorsi e accedere a quella che sarà, negli anni successivi una delle prime comunità terapeutiche d’Italia, avvalendosi di studenti volontari, di sociologi, di psicologi e di artisti “illuminati”. D’Alessandro testimonia la vertigine olfattiva di quel primo incontro con la realtà manicomiale, l’angoscia di perdita generata dalla devastante solitudine umana e dall’inquietudine delle domande che ne conseguono, assieme a un reportage fotografico che darà vita a un’opera di memorabile denuncia sulle tragiche condizioni di vita nelle istituzioni manicomiali, strumento a favore di una lotta che pervase la coscienza civile e le aule dei tribunali: Gli esclusi, prima un libro, poi un omonimo documentario di Michele Gandin, che dalle immagini di D’Alessandro parte per emancipare i corpi dalla fissità iconica dello scatto fotografico e restituirgli tutta la mobilità potenziale della sua raffinata macchina da presa, entrambi introdotti e commentati dalle parole di Sergio Piro.

Key words: mental hospital, reportage, Piro, Gandin, D’Alessandro.

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Abstract
L’osservazione delle fotografie di Luciano D’Alessandro dedicate al manicomio di Nocera Superiore (SA), che hanno dato vita alla celebre serie nota con il nome di Gli esclusi (1969), è occasione per riflettere sul rapporto tra immagine e potere. Cosa è la fotografia psichiatrica e perché essa esplicita con nitidezza la funzione di dispositivo che la fotografia assolve? La fotografia, sin dal suo nascere, si è inscritta tra le pratiche di sorveglianza e controllo della società borghese moderna; e controllo vuol dire essenzialmente attenzione per i non integrati, per gli emarginati. Nel rappresentarli, la fotografia assume su di sé un compito pedagogico: mostra la diversità, nel suo terribile profilo sociale e umano, al fine di ammonire ed educare. Quel che mi sembra non è stato però sufficientemente posto in risalto è il carattere persuasivo e non repressivo della pratica fotografica, inaugurale rispetto a una condizione umana “sanzionata” e immessa in un registro canonico. La persuasione, tuttavia, non deve agire soltanto nei confronti del singolo attore sociale da sottomettere e del suo stretto gruppo di riferimento: è la più ampia società che deve convincersi dell’esistenza perniciosa della diversità. Il grande movimento dell’antipsichiatria si serve in modo determinante della fotografia per vincere una battaglia, persuadendo e affascinando; nella fotografia psichiatrica di un secolo dopo le immagini devono identificare una condizione, innanzitutto per coloro che ne sono protagonisti, per poi rendere pubblica tale condizione al fine di convincere circa l’inevitabilità di una battaglia civile. (tradurre in inglese)

Key words: photographic device, psychiatry, marginalization, persuasion, D’Alessandro.

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Recensioni

Alberto Baldi insegna Antropologia culturale, Etnografia visuale e nuovi media ed Etnologia presso il Dipartimento di Scienze sociali dell’Università degli studi di Napoli Federico II ove ha diretto dal 2007 al 2016 il CRA - Centro interdipartimentale di ricerca audiovisiva per lo studio della cultura popolare. Nel medesimo ateneo, dal 2016 è direttore del MAM - Multimedial Anthropological Museum. In seno ad un più ampio ambito di indagine inerente la storia delle discipline antropologiche, ha da tempo un’attenzione precipua per le fonti visive e per l’Antropologia visuale sia da un punto di vista storico-disciplinare che epistemologico e metodologico. Su tali tematiche ha pubblicato cinque volumi per i tipi di Electa, FrancoAngeli e Squilibri e diversi saggi su riviste italiane e straniere.

 

Tonino Ceravolo ha diretto la rivista semestrale “Rogerius” dalla sua fondazione nel 1998 al dicembre 2009 e ha più volte collaborato con il centro Antropologie e letterature del Mediterraneo dell’Università della Calabria. Dirige, con Marta Petrusewicz e Vito Teti, la collana editoriale “Antropologia e Storia sociale” della Rubbettino ed è autore di numerosi studi, pubblicati in riviste e volumi, dedicati soprattutto alla storia e all’antropologia dei fenomeni religiosi. Tra i suoi libri Gli spirdati. Possessione e purificazione nel culto calabrese di San Bruno di Colonia, 1999, Il prepuzio di Cristo. Storie di reliquie nell’Europa cristiana, 2015 e I compagni visibili. Presenza e culto dei santi in un’area del Mediterraneo, 2016.

 

Fulvia D’Aloisio è professore associato di Antropologia culturale presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”. Ha svolto ricerca sulla bassa fecondità italiana (ELFI project, Explaining low fertility in Italy, Brown University, RI, USA), e nell’ambito dell’antropologia dell’impresa e del lavoro (prima sul caso FIAT-Melfi, attualmente in Automobili Lamborghini) È membro dell’American anthropological association (AAA) e dell’European association for social anthropology (EASA). È componente del Dottorato di ricerca in Antropologia della contemporaneità dell’Università di Milano Bicocca. Tra le sue principali pubblicazioni: Donne in tuta amaranto. Trasformazioni del lavoro e mutamento culturale alla FIAT-SATA di Melfi, 2003; Non son tempi per fare figli. Orientamenti e comportamenti riproduttivi nella bassa fecondità italiana. a cura di, 2007; Vita di fabbrica. Cristina racconta il decollo e la crisi della FIAT-SATA di Melfi, 2014; Antropologia della crisi. Prospettive etnografiche sulle trasformazioni del lavoro e dell’impresa in Italia, con S. Ghezzi, a cura di, 2016; “Post-Fordist Work Organization and Daily Life from a Gender Perspective: the Case of Fiat-Sata in Melfi”, in S. Narotzky e V. Goddard Work and Livelihood. History, Ethnography and Models in Times of Crisis, 2017.

 

Francesco Faeta, professore ordinario di discipline DEA, ha insegnato Antropologia culturale e Antropologia visuale presso l’Università degli Studi di Messina. Ha tenuto cicli di seminari e conferenze presso numerose istituzioni universitarie in Italia e all’estero, tra le quali l’École Pratique des Hautes Études della Sorbona, a Parigi, le Università di Valladolid, e de A Curuña, in Spagna, la Columbia University a New York. Presso l’Italian Academy for Advanced Studies della Columbia University è stato associate researcher e fellow. Dirige, per l’editore Franco Angeli di Milano, la collana Imagines. Studi visuali e pratiche della rappresentazione. Tra le sue opere più recenti, Le ragioni dello sguardo. Pratiche dell’osservazione,della rappresentazione e della memoria, 2011; Fiestas, imágenes, poderes. Una antropología de las representaciones, Vitoria Gasteiz-Buenos Aires, Sans Soleil Ediciones, 2016.

 

 

Irene Falconieri ha conseguito il Dottorato di ricerca in Antropologia e studi storico-linguistici presso l’Università degli studi di Messina. Ha condotto ricerche nell’ambito dell’antropologia museale (Parigi) e dell’antropologia delle migrazioni (Palermo). Da vari anni si occupa di analisi del rischio e di disastri, sia come ricercatrice sia come attivista e antropologa professionista nel contesto italiano. Attualmente è cultrice della materia per le cattedre di Antropologia e Antropologia del Mediterraneo presso l’Università degli Studi di Catania. È socio ordinario e membro della Commissione tecnico-scientifica di ANPIA (Associazione nazionale professionale italiana di antropologia). Tra le recenti pubblicazioni gli articoli: Forseeable yet unforseen events»:Ethnography of a trial for unpremeditated disaster, 2016; Vivere, comprendere e agire la catastrofe. Per un uso pubblico dell’antropologia, 2015; L’emergenza permanente. Retoriche e pratiche di resistenza in un comune alluvionato della Sicilia nord-orientale, 2015. È in corso di pubblicazione il libro Smottamenti. Disastri, politiche pubbliche e cambiamento sociale in un comune siciliano.

 

Laura Faranda è professore ordinario di Antropologia culturale presso il Dipartimento di Storia, Culture, Religioni - “Sapienza” Università di Roma. Tra i suoi attuali percorsi di ricerca: l’antropologia della Grecia antica, con particolare attenzione alle configurazioni mitiche e simboliche del linguaggio delle emozioni; l’antropologia simbolica, con particolare attenzione al rapporto tra corpo e identità di genere; le pratiche di cura nelle forme di disagio mentale; la psichiatria coloniale in Algeria; i processi di reciprocità e mobilità culturale tra Italia e Tunisia, fra presente e passato. Tra le sue pubblicazioni: Anime assenti. Sul corpo femminile nel Mediterraneo antico, c.d.s.; Non più a sud di Lampedusa. Italiani in Tunisia tra passato e presente, a cura di, 2016; La signora di Blida. Suzanne Taïeb e il presagio dell’etnopsichiatria, 2012; Viaggi di ritorno. Itinerari antropologici nella Grecia antica, 2009; con Bruno Callieri, Medusa allo specchio. Maschere fra antropologia e psicopatologia, 2001.

 

Alessandra Gasparoni, ha studiato, presso l’Università “La Sapienza” di Roma con indirizzo demoetnoantropologico e si è laureata in Materie letterarie presso l’Università dell’Aquila, nel 1984, con una tesi in Storia delle tradizioni popolari. Ha collaborato con la Cattedra di Sociologia della Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Teramo dove ha effettuato ricerca bibliografica relativa alla parte italiana della International Volkundliche Bibliographie per gli anni 1989-90-91. Docente nell’equipe del “Corso di perfezionamento in Antropologia storica e beni demologici”, Università di Cassino, nel 2002. Vincitrice del Premio Scanno 2002, sezione “Tradizioni popolari”. Titolare di moduli integrativi alle cattedre di Antropologia culturale e Antropologia interculturale della Facoltà di Scienze sociali dell’Università “D’Annunzio” di Chieti, dal 2003 al 2005. Affidataria (supplenza annuale) della cattedra di Antropologia Interculturale dal 2005 al 2006. Docente di Antropologia e Tradizioni popolari presso le Università popolari di Teramo, di San Benedetto del Tronto (AP), di Giulianova e di Roseto degli Abruzzi (TE). È stata consulente esterna, per il settore etnoantropologico, dell’Ufficio di Teramo della SBSAE d’Abruzzo partecipando a numerosi progetti. È coordinatore e docente del corso “Moda e cultura dal Barocco al Barok” organizzato dall’Università Popolare Medio Adriatica di Teramo e la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Teramo, gennaio-novembre 2014. Socia dell’AISEA e autrice di numerose pubblicazioni.

 

Mauro Geraci, Professore associato di Etnologia presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli studi di Messina, è autore dei volumi Le ragioni dei cantastorie. Poesia e realtà nella cultura popolare del Sud, 1997, primo studio sistematico sulle prospettive poetiche e conoscitive dei poeti-cantastorie siciliani di cui è anche attento continuatore e interprete, e de Il silenzio svelato. Rappresentazioni dell’assenza nella poesia popolare in Sicilia, 2002. Da diversi anni ha rivolto il suo interesse antropologico all’Albania, dove la letteratura e la canzone narrativa giocano un ruolo centrale nella ridefinizione della memoria storica del Paese in rapporto alle più recenti trasformazioni politico-sociali. S’interessa inoltre di storia degli studi antropologici con particolare riguardo al metodo comparativo, alle storie di vita e alle autobiografie. Da qui il recentissimo studio Prometeo in Albania. Passaggi letterari e politici di un paese balcanico, 2014 e la cura, assieme all’archivista Simonetta Ceglie, dell’autobiografia della prima grande scrittrice albanese, Musine Kokalari, La mia vita universitaria. Memorie di una scrittrice albanese nella Roma fascista. 1937-1941, 2016.

 

Fiorella Giacalone è professore Associato nel Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Perugia e Coordinatrice dei Corsi di laurea triennale in Servizio sociale e magistrale di Sociologia e politiche sociali. Insegna Antropologia socio-culturale e Antropologia delle relazioni interculturali. È socia dell’AISEA, della SIAM, della Rete FER Eurethno del Consiglio d’Europa e dell’EASA (European ass. social antrhopology). Ha svolto corsi e seminari nelle università di Florianopolis (Brasile), Ecole pratique di Parigi, Marrakech (Marocco), Valladolid (Spagna). Ha vinto il “Premio Scanno per l’antropologia” nel 2014. Si occupa di pratiche relative alla religiosità popolare e al turismo religioso, su cui ha curato opere collettanee in Italia, Francia e Irlanda. Da anni studia i fenomeni migratori, in particolare le seconde generazioni e le pratiche religiose islamiche. Alcune recenti pubblicazioni: (a cura di), Pellegrinaggi e itinerari turistico- religiosi in Europa, 2015; Pilgrimage to Cascia: the cult of Saint Rita, between local identity and transnational dynamics, 2017; (a cura di) Il tempo e la complessità, 2017; (con P.Falteri) Migranti involontari, 2011; Les enfants d’immigrés en Ombrie, 2012; Az olaszországban élő Maghrebi uők kutatása. Komparatív megközelítes és módszertani kérdés, 2017.

 

Silvia Lipari nel 2004 si laurea in Scienze dell’educazione presso l’Università degli studi di Messina ove, nel 2011, consegue il titolo di Dottore di ricerca in Antropologia, rappresentazioni e istituzioni (coordinatore il prof. Francesco Faeta, tutor il prof. Mauro Geraci) con una tesi intitolata Llevar los pasos. Immagini, parole, riti della Settimana Santa a Valladolid, occupandosi dell’analisi del complesso sistema festivo della Settimana Santa di Valladolid (Spagna) e delle pratiche rituali a essa correlate. Colaborador honorífica presso il Dipartimento di Prehistoria, Arqueología, Atropología Social y Técnicas Historiográficas dell’Università di Valladolid, ha partecipato a diversi congressi nazionali e internazionali, occupandosi dei complessi sistemi di rappresentazione messi in atto dalla macchina festiva, attraverso il nucleo rituale costituito da una pluralità di immagini tanto scultoree quanto retoriche. Attualmente le sue ricerche vertono sullo studio delle differenti declinazioni festive nella comunità autonoma spagnola di Castiglia e León.

 

Selenia Marabello, Msc in Anthropology and development presso la London school of economics and political science e dottorato in Cooperazione internazionale e politiche per lo sviluppo sostenibile (settore antropologico) presso l’Università di Bologna dove, attualmente, è titolare di un assegno di ricerca e insegna antropologia culturale e processi di migrazione. Ha condotto ricerche sul campo in Italia e Ghana occupandosi di antropologia medica applicata, cooperazione allo sviluppo, migrazioni ghanesi contemporanee, relazioni e violenza di genere. Tra le pubblicazioni, su riviste nazionali e internazionali, si segnala Il paese sotto la pelle. Una storia di migrazione e co-sviluppo tra il Ghana e l’Italia, 2012 e (con U. Pellecchia a cura di) Capitali Migratori e forme del potere. Sei studi sulle migrazioni ghanesi contemporanee, 2017.

 

Tamara Mykhaylyak è dottore di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Napoli Federico II, ha collaborato alle attività scientifiche del CRA – Centro interdipartimentale di ricerca audiovisiva e attualmente a quelle del MAM – Multimedial anthropological museum dell’ateneo federiciano. Suoi preminenti campi di interesse sono la storia dell’antropologia in ambito slavo e l’antropologia visuale, settori nei quali ha pubblicato alcuni saggi.

 

Gëzim Qëndro è professore associato di storia dell’arte presso la Polis Universiteti di Tirana

dove coordina il Dipartimento di Art & Design. Curatore di molte esposizioni, è stato direttore della Galleria nazionale delle arti di Tirana tra il 1997 e il 2002, fondatore e direttore della rivista d’arte visuale PamorArt e coordinatore delle prime edizioni della Biennale d’arte di Tirana. Laureatosi presso l’Università degli studi di Tirana, tra il 1992 e il 1996 si perfeziona conunmasterpressol’AcademievanBeeldendeVormingdiAmsterdam.Trail2002eil2009 ottieneilPhDinestetica(Écoledoctoraledel’UniversitéParisVIII,Saint-Denis,France),con la massima valutazione e con una voluminosa tesi sul surrealismo socialista in Albania,sotto la supervisione del Prof. François Soulages, pubblicata poi da L’Harmattan <(em>Le surréalisme socialiste. L’autopsie de l’utopie, 2014). Dal 1996 ha insegnato presso diverse università e istituti quali l’Università e l’Istituto di Albanologia di Tirana, l’Accademia del film Marubi di Tirana, la New York University, l’Università e l’Accademia delle scienze di Pristina. Traduttore in albanese di numerosi studi quali The power of images di David Freedberg, è autore di una vasta produzione scientifica che comprende un manuale sull’analisi del linguaggio visivo, monografie dedicate a importanti artisti albanesi quali Rexhep Ferri come a importanti strutture architettoniche quali il Kinostudio di Tirana sulle cui contrastanti simbologie politico-religiose ha appena concluso un meticoloso studio <(em>Kinostudio “Nuova Albania”, 2017).

 

Antonello Ricci, professore associato con abilitazione di prima fascia, insegna discipline Demoetnoantropologiche presso il Dipartimento di Storia, Culture, Religioni, nei corsi di laurea triennale in Storia, Antropologia, Religioni e Arti e scienze dello spettacolo, magistrali in Musicologia, in Discipline etnoantropologiche di cui è attualmente presidente, nella Scuola di specializzazione in Beni culturali demoetnoantropologici, “Sapienza” Università di Roma. Conduce ricerche sul campo nel Centro e Sud Italia su temi riguardanti le culture pastorali, l’ascolto, la museografia etnografica, l’etnografia visiva, l’antropologia dei suoni, gli eventi festivi e cerimoniali. Tra le sue pubblicazioni I suoni e lo sguardo. Etnografia visiva e musica popolare nell’Italia centrale e meridionale, 2007; Il paese dei suoni, 2012; Etnografia, cinema, memoria, narrazione: percorsi di ricerca, 2015; Le fotografie di Renato Boccassino della spedizione tra gli Acioli in Uganda: prime considerazioni, 2015; Alcune riflessioni sulla restituzione fra archivi sonori, radiofonia, patrimoni immateriali, studi antropologici in Italia, 2015; Il secondo senso. Per un’antropologia dell’ascolto, 2016.

 

Giuseppe Scandurra è docente di Antropologia della cultura e della comunicazione e di Antropologia urbana presso il Corso di comunicazione del dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Ferrara. Ha pubblicato numerosi saggi e libri legati agli studi urbani. Tra le sue ultime pubblicazioni: Memorie di uno spazio pubblico. Piazza Verdi a Bologna, con E. Castelli, L. Tancredi e A. Tolomelli, 2011; Tracce Urbane, con A. Cancellieri, 2012; Antropologia e Studi Urbani, 2013 e Tifo Estremo, 2016. Attualmente sta conducendo una ricerca sulla relazione tra letteratura e studi urbani. Membro del Comitato scientifico dell’Istituto-fondazione Gramsci Emilia-Romagna e fondatore-membro del gruppo di studio Tracce urbane è dirige con A. Alietti il Laboratorio di studi ubani dell’Università degli studi di Ferrara e con C. Cellamare direttore la rivista Tracce Urbane. Italian Journal of Urban Studies.

 

Roberta Tucci si è formata a Roma con Diego Carpitella, laureandosi in Storia delle tradizioni popolari nel 1975. Ha effettuato ricerche sul campo di interesse etnomusicologico ed etno- organologico in Calabria e in altre regioni centro-meridionali. Si occupa di beni culturali demoetnoantropologici dal 1985, come funzionario antropologo del Centro regionale di documentazione della Regione Lazio e dal 2012 come funzionario demoetnoantropologo responsabile del servizio Beni etno-antropologici dell’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione (ICCD) del Mibact. Ha curato le normative ICCD delle schede di catalogo per i beni demoetnoantropologici immateriali (BDI 2002, 2006) e materiali (BDM 2014- 2016). Collabora con l’ICCD per le attività di formazione sulla catalogazione dei beni culturali demoetnoantropologici. Ha svolto attività didattica e formativa presso università e altre istituzioni. Negli anni 1993-96 è stata professore a contratto di Organologia e storia degli strumenti musicali presso il DAMS dell’Università della Calabria. È membro del Comitato tecnico scientifico dell’Ecomuseo delle acque di Gemona. Tra le sue pubblicazioni più recenti: La vite maritata di Baver: beni culturali demoetnoantropologici e vincoli, 2014; Beni culturali immateriali, Enciclopedia Treccani, 2015; I beni demoetnoantropologici materiali, 2015.