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VOCI
Rivista di Scienze Umane
Fondatore: Luigi M. Lombardi Satriani
Direttore: Antonello Ricci
Direttore Responsabile: Walter Pellegrini
Comitato Scientifico: José Luis Alonso Ponga, Jean-Loup Amselle, Marc Augé †, Antonino Buttitta †, Francesco  Faeta, Abdelhamid Hénia, Michael Herzfeld, Lello Mazzacane, Isidoro Moreno Navarro, Marino Niola, Mariella Pandolfi, Taeko Udagawa
Comitato di direzione: Enzo Alliegro, Katia Ballacchino, Letizia Bindi, Laura Faranda, Mauro Geraci, Fiorella Giacalone, Fulvio Librandi, Maria Teresa Milicia, Rosa Parisi, Gianfranco Spitilli. 
Direzione e redazione: Dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni, Arte, Spettacolo “Sapienza” Università di Roma, Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma 
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Coordinamento editoriale: Marta Pellegrini
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Editoriale

 

Miscellanea

Ricci di mare, aria di terra. Stili locali dell’esperienza e memorie situate dell’apprendimento fra nuvole e intagli
Matteo Aria, Antonello Ricci 13

Dalla Regione Siciliana alla Regione sicilianista. La narrazione identitaria nelle politiche dell’Assessorato regionale dei beni culturali e dell’identità siciliana
Flaviana Astone 52

Riscattare fotografie dall’oblio. “Custodi temporanei” e identità tra memoria materiale e digitale in Sardegna
Giovanni Astorino 72

Into the “Wild(ebate)”. Coesistenze interspecie, pastoralismo e frizioni bioculturali nelle aree protette e limitrofe
Letizia Bindi, Gianfranco Spitilli 99

The ecology of “as if”. Ruins, rubble, and the art of reversal in a post-industrial city
Lorenzo D’Angelo 126

L’Odeon che non c’è più. La distruzione del Teatro nazionale e la fine del nascondimento nell’Albania di Edi Rama
Mauro Geraci 151

  La colonizzazione del cielo amerindiano. Evangelizzazione e sincretismo astronomico tra gli Ikoots del Messico
Alessandro Lupo 173

  Nuovi italiani in Tunisia. Scarti differenziali tra rappresentazioni, disuguaglianze, sguardi neocoloniali e neoliberismo
Carmelo Russo 197

 

Camera oscura

 

Non solo fotografie. Fotoschemi, basi di dati, sistemi generativi di UI (intelligenza umana)
Lello Mazzacane 221

 

Passaggi

Neapolitan Diplomacies
Ulrich van Loyen 245

 

Si parla di…

MAV-Materiali di antropologia visiva 2024. Per i cento anni dalla nascita di Diego Carpitella
Chiara Lucia De Nuzzo, Ignazio Di Biagio, Achiropita Fatima Falcone 257

Per ricordare Antonio Marazzi: percorsi di ricerca
Silvia Paggi, Alina Marazzi, Antonello Ricci 264

 

Notizie

 

Roberto De Simone, maestro del teatro napoletano
Marino Niola 273

Gli anelli del Carnevale. In ricordo di quella stagione in cui con Diego, Annabella e Roberto andavamo per carnevali
Lello Mazzacane 276

Violenza di genere e prospettive femministe: dibattiti antropologici e sociali in Italia e Spagna, Convegno di studi, Perugia, 8-9 maggio 2025
Bekala Marwan Salvatore 280

Royal College of Music Museum Sandpit: Sourindro Mohun Tagore, London, 8th and 9th July 2025
Joanne Cormac, Kanav Gupta 282

Per ricordare Goffredo Fofi
Stefano De Matteis 284

Ricordo di Ferdinando Fava
Maria Teresa Milicia 287

 

Recensioni

 

Marta Bazzanella, Giovanni Kezich, A Dio cari pastori. Le iscrizioni rupestri della Val di Fiemme (sec. XV-XX) in prospettiva etnoarcheologica, Venezia, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti (289); Francesco Paolo Campione (a cura di), L’immagine dell’empresente. Fosco Maraini. Una retrospettiva, Milano, Skira (291); Laura Faranda, Peripezie di una santa: il culto di Sayyida ‘Ā’isha al Mannūbiyya nella Tunisi contemporanea, Palermo, Edizioni del Museo Pasqualino (293); Laura Faranda, Antonello Ricci (a cura di), Volando col santo e l’aquilone. Un itinerario critico negli scritti di Francesco Faeta, Palermo, Edizioni del Museo Pasqualino (295); Wael Garnaoui, Harraga bruciare per l’Europa. Indagine e psicanalisi dei migranti nel Mediterraneo. Per un pensiero decolonizzato delle frontiere, Alberobello (Bari), Edizioni Poiesis (298); Gian Paolo Gri, Cose dall’altro mondo. Temi di cultura materiale in Friuli, Udine, Forum (300); Nicole Loraux, Il femminile e l’uomo greco, Milano, Mimesis (302); Francesco Faeta, Francesca Romana Uccello, Annabella Rossi. Album di famiglia di un’antropologa, Roma, Squilibri (304); Massimiliano Verdino, Polvere d’oro. Il calcio africano come metafora culturale, Soveria Mannelli, Rubbettino (306); Arturo Zavattini, Francesco Faeta, Viaggio al sud, Roma, Postcart (308).

Il numero di “Voci” del 2025 riprende, dopo qualche anno, l’impostazione polifonica e caleidoscopica che aveva dato vita al progetto iniziale della rivista, denominata proprio per questo “Annuale di Scienze Umane”. Sono convinto che un periodico scientifico debba restituire, il più possibile, le molteplici sfaccettature e i differenti interessi di ricerca che animano un campo di studi, vieppiù quello dell’antropologia culturale e sociale per sua natura, soprattutto oggi, votato all’interdisciplinarietà e al dialogo fra campi disciplinari di più o meno vicina affinità. Con questo numero la rivista restituisce al lettore un panorama ricco e complesso, forzatamente delimitato dalla finitezza del contenitore editoriale, ma ampiamente poliedrico da comprendere molti dei campi di interesse scientifico che caratterizzano la vita della disciplina in ambito nazionale e internazionale. Vorrei anche sottolineare la ricorrenza, nel fascicolo, di apparati fotografici presenti nei diversi interventi che ne compongono le sezioni. Non sono mai fotografie didascaliche o di supporto alla scrittura, ma al contrario pienamente centrate nella prospettiva metodologica di volta in volta proposta dagli autori. Apre la rassegna di articoli un saggio di Matteo Aria e di chi scrive, dal titolo Ricci di mare, aria di terra. Stili locali dell’esperienza e memorie situate dell’apprendimento fra nuvole e intagli, impostato come due percorsi etnografici paralleli e avente come focus i saperi locali e le forme dell’apprendimento. Nato dal confronto fra i due autori a partire dal comune interesse per i processi di acquisizione di competenze, il testo esplora i modi in cui determinati saperi esperti, immateriali ed espressivi, vengono acquisti, agiti e trasmessi nell’intreccio fra peculiarità del gesto tecnico e centralità sociale dell’apprendimento situato. Il mio contributo si basa su un’etnografia filmica dell’apprendimento collocato in una dimensione familiare e nel rapporto fra un pastore e suo figlio. La parte di Matteo Aria, con un approccio autoetnografico e di confronto con le esperienze del navigatore Alessandro Mosconi, suo maestro, mette a fuoco un’etnometeorologia nautica centrata sulla dimensione ermeneutica e idiografica dell’arte di interpretare i segni del cielo. Segue l’articolo di Flaviana Astone, giovane studiosa dell’Università di Messina, che riguarda Dalla Regione Siciliana alla Regione sicilianista. La narrazione identitaria nelle politiche dell’Assessorato regionale dei beni culturali e dell’identità siciliana. L’autrice, a partire da un percorso etnografico avviato nel 8 • VOCI 2020 come attività del suo Dottorato di ricerca, ci racconta come le politiche promosse dall’Assessorato dei beni culturali della Regione Sicilia hanno sempre più puntato l’attenzione sulla nozione di “identità siciliana”, a partire da un’ideologia secondo la quale l’Isola è un luogo connotato di identità etnica immutabile, associando i reperti archeologici dell’antichità greca e romana ai nuovi feticci della sicilianità. Dalla Sicilia alla Sardegna, Giovanni Astorino propone un saggio, Riscattare fotografie dall’oblio: “custodi temporanei” e identità tra memoria materiale e digitale in Sardegna, incentrato sullo studio di archivi fotografici privati riguardanti immagini per lo più scattate fra l’Ottocento e i primi del Novecento. L’autore applica un approccio di etnografia ibrida caratterizzata da studio delle collezioni fisiche mediante un rapporto diretto con i relativi custodi collezionisti e da “netnografia”, vale a dire la presenza delle stesse immagini sulle piattaforme internet più popolari. Le fotografie, pur appartenenti al passato della Sardegna, sono reimmesse in nuove prospettive contemporanee di significato dall’azione degli stessi collezionisti mediante l’integrazione nei media digitali: esse diventano nodi di significato, oscillando tra memoria e reinvenzione, tra realtà e immaginario, contribuendo alla creazione di un’identità visiva condivisa. Un saggio a quattro mani è quello scritto da Letizia Bindi e Gianfranco Spitilli con il titolo Into the “Wild(ebate)”. Coesistenze interspecie, pastoralismo e frizioni bioculturali nelle aree protette e limitrofe. Attraverso etnografie multisituate e multidisciplinari il loro contributo esplora l’impatto e le implicazioni socioculturali delle coesistenze interspecie e delle complesse relazioni tra selvatico e domestico, e i diversi livelli di governance in materia di aree protette, rappresentazioni della wilderness e prospettive di coesistenza. In una vasta e differenziata cornice di studi sul postumano e le relazioni uomo-natura, il saggio cerca di elaborare un quadro teorico preliminare e un primo repertorio critico dei molteplici posizionamenti sulle coesistenze tra specie selvatiche e animali domestici, tra umano e non umano in diversi contesti appenninici centro-meridionali interessati dalla presenza di grandi predatori e ungulati. The ecology of “as if”. Ruins, rubble, and the art of reversal in a post-industrial city è il titolo del contributo di Lorenzo D’Angelo, per una volta lontano dalle terre d’Africa dove è più usuale trovarlo sul terreno, e, invece, molto vicino a casa visto che tratta di Sesto San Giovanni, suo luogo di nascita e crescita. L’articolo esplora la trasformazione del centro lombardo, da “città delle fabbriche” a modello di deindustrializzazione, attraverso il concetto di “ecologia del ‘come se’” ispirato al pensiero del filosofo Vaihinger Hans. L’obiettivo è mostrare come certi oggetti o elementi del paesaggio urbano vengano trattati “come se” fossero qualcosa di diverso da ciò che sono. Esso considera la trasformazione dei resti delle fabbriche in termini di finzioni che, capovolgendo la realtà, si rivelano utili per raccontare nuove storie sul paesaggio urbano. L’approccio etnografico dell’autore intreccia riflessioni autobiografiche e approfondimenti etnografici condotti per lo più con la macchina fotografica utilizzata come strumento di ricerca visiva della nuova natura dei luoghi. Mauro Geraci offre ai lettori di Voci un altro tassello della sua decennale ricerca in Albania. L’articolo dal titolo L’Odeon che non c’è più. La distruzione del Teatro nazionale e la fine del nascondimento nell’Albania di Edi Rama, focalizza l’episodio della demolizione del teatro nazionale di Tirana avvenuta approfittando del periodo di lockdown del Covid e della distruzione di quanto in esso era contenuto in termini di archivio, attrezzature, scenografie, costumi ecc., e conduce il lettore nella dimensione del revisionismo politico istituzionale che investe il paese balcanico da molti anni e della costruzione di una nuova identità nazionale basata sulla distruzione sistematica della tradizione artistica, letteraria, architettonica e urbanistica del passato. Alessandro Lupo, a partire dalla sua pluridecennale esperienza di ricerca sul campo nel Messico amerindiano, ci offre un ricchissimo saggio incentrato sull’astronomia indigena: un argomento di grande suggestione e sicuramente poco consueto nel panorama odierno degli studi antropologico culturali italiani. La colonizzazione del cielo amerindiano. Evangelizzazione e sincretismo astronomico tra gli Ikoots del Messico ci introduce nella modalità di osservazione e decifrazione della volta celeste esplorata di notte dai pescatori delle lagune di Tehuantepec. Le conoscenze indigene sugli astri attestano una ricca combinazione di retaggi preispanici, innesti coloniali europei e reinterpretazioni creative moderne, mostrando, da un lato l’impatto che ebbero le imposizioni degli evangelizzatori domenicani, dall’altro l’importanza delle pratiche quotidiane, legate come sono ai significati cosmologici attribuiti alle componenti della natura nella preservazione, nella riproduzione, nella trasformazione e nell’innovazione dei saperi locali. L’articolo di Carmelo Russo intitolato Nuovi italiani in Tunisia. Scarti differenziali tra rappresentazioni, disuguaglianze, sguardi neocoloniali e neoliberismo conclude la densa e poliedrica sezione Miscellanea di questo numero di Voci. Il saggio offre i primi esiti di una ricerca tra i “nuovi” italiani in Tunisia: persone trasferitesi nel Paese nordafricano negli ultimi decenni. La raccolta di testimonianze finora analizzate dimostra la persistenza di disuguaglianze fondate sul divario tra Nord e Sud del mondo, le condizioni di disparità, la libertà di scelta e di opportunità, le possibilità di accesso alle risorse e alla mobilità. Camera Oscura, la sezione fotografica della rivista, è dedicata a Lello Mazzacane in occasione dei suoi ottant’anni. Amico, collega e studioso pioniere dell’Antropologia visiva in Italia e dell’utilizzo della macchina da presa, fotografica e cinematografica, come strumento di ricerca etnografica, Lello ci ha regalato ventidue delle sue fotografie, da lui stesso selezionate e commentate in un breve ma densissimo testo. Si tratta di una riflessione scritta e iconografica che restituisce il suo celebre metodo paradigmatico strutturalista di ricerca e di analisi dei comportamenti culturali mediante il montaggio di fotoschemi. Alla base di essi sta la polisemia delle immagini, vale a dire la molteplicità semantica che caratterizza le fotografie, contenitori di segni di volta in volta resi attivi dal loro accostamento nel montaggio, secondo uno specifico intento conoscitivo. A completare la parte saggistica del numero troviamo l’articolo del collega e amico tedesco Ulrich van Loyen, dal titolo Neapolitan Diplomacies. Si tratta del testo, da lui rivisto e aggiornato per noi, di una conferenza tenuta a Berlino il 20 dicembre 2022, alla chiusura della mostra “Ceremonies (Burial of an undead world)” di Anselm Franke alla Haus der Kulturen der Welt. In quell’occasione si è svolta una giornata internazionale di studi dedicata a Ernesto de Martino e Carlo Ginzburg, alla quale hanno partecipato oltre all’autore e allo stesso Ginzburg, anche i colleghi Dorothy L. Zinn ed Erhard Schüttpelz. Lo scritto, che abbiamo ospitato con grande piacere, riporta la relazione di van Loyen incentrata sulle sue precedenti esperienze di ricerca sul campo a Napoli riguardanti il culto dei morti, tema messo in relazione con alcuni elementi dello studio ginzburghiano sul Sabba. La sezione Si parla di… contiene un breve saggio di Chiara Lucia Di Nuzzo, Ignazio Di Biagio e Achiropita Fatima Falcone, tre studenti del corso di laurea magistrale in Discipline EtnoAntropologiche della Sapienza Università di Roma, nel quale commentano alcune delle tematiche emerse durante la rassegna MAV 2024 – Materiali di antropologia visiva, curata da Laura Faranda, Giovanni Giuriati e dal sottoscritto, dedicata alla ricorrenza dei cento anni dalla nascita di Diego Carpitella, storico fondatore della rassegna. Il secondo testo, di Silvia Paggi, Alina Marazzi e me stesso apre, purtroppo, una triste sequenza di ricordi di persone del mondo dell’antropologia e della cultura italiana che ci hanno lasciato nel corso del 2025. È dedicato, in particolare, alla figura di Antonio Marazzi, amico e importante esponente degli studi antropologici italiani. Il Notiziario di questo numero, insieme ad altre informazioni, continua nella sequenza di ricordi. Due di essi sono dedicati a Roberto De Simone, irripetibile interprete e conoscitore della cultura contadina vesuviana: il primo è di Marino Niola che ci ha consentito di pubblicare il bel contributo da lui scritto per “la ReVOCI pubblica”; il secondo è di Lello Mazzacane il quale, anche in questo caso, ci ha regalato una preziosa testimonianza fotografica legata alle sue ricerche sul campo sui carnevali campani, condivise con lo stesso De Simone, Diego Carpitella e Annabella Rossi. Altri due ricordi commossi sono quelli di Stefano De Matteis per Goffredo Fofi e di Maria Teresa Milicia per Ferdinando Fava. Completano la sezione il riepilogo di un convegno tenuto a Perugia su Violenza di genere e prospettive femministe e il resoconto di un incontro di studio svoltosi a Londra e riguardante le collezioni di strumenti musicali indiani donati a molti musei etnografici europei e non solo da Sourindro Mohun Tagore, singolare figura di promotore della cultura dell’India attraverso la sua musica, alla fine dell’Ottocento. A completamento di questo ricco numero del 2025 sono le consuete recensioni bibliografiche. Seppure il fascicolo è in corso di stampa, ritengo doveroso aggiungere qualche rigo di ricordo per Mimmo Jodice – scomparso il 27 ottobre 2025 a 91 anni – indimenticato interprete in immagini dell’espressività coreutica, verbale e soprattutto musicale del mondo contadino campano. Insieme a Roberto De Simone realizzò il volume fotografico con disco allegato Chi è devoto: feste popolari in Campania (1974) e sue sono anche le formidabili fotografie che corredano l’opera discografica La tradizione in Campania (1978) a cura dello stesso De Simone. Riferendosi in particolare a una bellissima serie di ritratti dei musicisti popolari in azione durante le sessioni in sala di registrazione, l’etnomusicologo scriveva: “Il grado di tensione e di ‘verità’ raggiunto nelle registrazioni in sala discografica, è riscontrabile, oltre che dalla compattezza, dall’organicità e dall’espressività delle stesse esecuzioni, dalla straordinaria serie di fotografie scattate da Mimmo Jodice in sala durante le registrazioni. Da tali immagini si può constatare il clima raggiunto in contraddizione apparente con la presenza dei microfoni: e ciò perché il vero canto popolare è innanzitutto la rappresentazione di un mondo ‘interiore’”. Forse in questa capacità dello sguardo fotografico di Mimmo Jodice in grado di far emergere un mondo interiore da una performance musicale, sta il seguito della sua più conosciuta opera artistica d’avanguardia. Come scrive Michele Smargiassi su “Repubblica” del 28 ottobre, riferendosi alle fotografie delle statue dell’antichità classica: “quella divenne così un’archeologia primaria delle emozioni, uno scavo tra i reperti dell’anima umana che giacevano nascosti sotto un sottile velo di materia dura”. Antonello Ricci

Miscellanea

Abstract

Il presente contributo coniuga due campi d’indagine tra loro in parte assai distanti (tecniche dell’intaglio in culture pastorali calabresi vs conoscenze meteomarine nel Mediterraneo), ma accomunati dalla tensione a esplorare i modi in cui determinati saperi esperti, immateriali ed espressivi, vengono acquisti, agiti e trasmessi nell’intreccio fra peculiarità del gesto tecnico e centralità sociale dell’apprendimento situato. Questo insieme di capacità incorporate nell’individuo o nel gruppo sono apprese non solo oralmente, ma soprattutto attraverso l’osservazione, la memorizzazione, la sperimentazione e l’imitazione di chi è più anziano ed esperto: la memoria corporea e l’esecuzione esplicativa prevalgono sulla spiegazione. Per esplorare tale panorama, Antonello Ricci nella prima parte introduce un’essenziale griglia teorico-metodologica e propone un’etnografia filmica dell’apprendimento nella relazione tra un pastore di Rossano (CS) e suo figlio. L’interazione tra maestro e allievo fa emergere una peculiare inclinazione alla rivisitazione della memoria culturale familiare di un passato contadino e pastorale, lontana dai processi di patrimonializzazione e dalle rivisitazioni nostalgiche e contemplative. Nella seconda parte Matteo Aria riflette, invece, sulle articolate relazioni tra diversi orientamenti culturali della previsione del tempo, in uno scenario mediterraneo sempre più descritto come vulnerabile e dentro cui si rimodulano il saper fare e le tecniche dei più accorti uomini di mare contemporanei. Attraverso le esperienze del navigatore Alessandro Mosconi, abile nel mescolare teoria e pratica per dominare o convivere con l’imprevedibile, l’autore mette a fuoco una etnometeorologia nautica centrata sulla dimensione ermeneutica e idiografica dell’arte di interpretare i segni del cielo: una persistenza che si rinnova a fianco della tensione oggettivante e nomotetica della scienza meteorologica. The present contribution combines two fields of inquiry that are in part quite distant from each other (woodcarving techniques in Calabrian pastoral cultures vs. meteorological knowledge in the Mediterranean), but united by the tension to explore the ways in which certain expert knowledge, intangible and expressive, is acquired, acted upon and transmitted in the intertwining of the peculiarities of technical gesture and the social centrality of situated learning. A set of skills embedded in the individual or group, learned not only orally, but mainly through observation, memorization, experimentation and imitation of those who are older and more experienced: bodily memory and explanatory performance prevail over explanation. To explore such themes, Antonello Ricci in the first part introduces an essential theoretical-methodological grid and proposes a filmic ethnography of learning in the relationship between a shepherd in Rossano (CS) and his son. The interaction between master and pupil brings out a peculiar inclination to revisit the family cultural memory of a peasant and pastoral past, far from the processes of patrimonialism and nostalgic and contemplative revisitations. In the second part, Matteo Aria reflects, instead, on the articulated relationships between different cultural weather forecasting, in a Mediterranean scenario increasingly described as vulnerable and within which the know-how and techniques of the most experienced contemporary seafarers are being reshaped. Through the experiences of sailor Alessandro Mosconi, skilled in mixing theory and practice to master or live with the unpredictable, the author brings into focus a nautical ethnometeorology centered on the hermeneutic and idiographic dimensions of the art of interpreting the signs of the sky: a persistence that is renewed alongside the objectifying and nomothetic tension of meteorological science. Parole chiave: etnografia filmica, antropologia delle tecniche, intaglio del legno, trasmissione dei saperi, antropologia del mare, etnometeorologia.

Key words: filmic ethnography, anthropology of techniques, wood carving, transmission of knowledge, anthropology of the sea, ethnometeorology.
Abstract

Negli ultimi sedici anni, da quando, nel 2008, l’Assessorato dei beni culturali dell’amministrazione regionale siciliana ha deciso di includere nella sua denominazione anche l’oggetto della “identità siciliana”, una serie di decreti, bandi e direttive hanno cercato di riprendere, rinnovandolo, il mito della Sicilia quale isola caratterizzata da una identità etnica immutabile e nobilissima. Attraverso una ricca etnografia che ho avuto modo di costruire sin dal 2020, nell’ambito del mio percorso di dottorato presso l’Università degli Studi di Messina, prenderò qui in esame l’odierna e scivolosa ideologia sicilianista, promossa da un’istituzione che associa reperti archeologici dell’antichità greca e romana ai nuovi feticci della sicilianità. Over the past sixteen years, since 2008, when the Department of Cultural Heritage of the Sicilian Regional Administration decided to incorporate the notion of “Sicilian identity” into its official designation, a series of decrees, calls for funding, and directives have sought to revive and reinterpret the myth of Sicily as an island characterized by an immutable and noble ethnic identity. Drawing on an extensive ethnographic study that I have been developing since 2020 as part of my doctoral research at the University of Messina, this paper will examine the contemporary and elusive sicilianista ideology promoted by an institution that juxtaposes archaeological artifacts from Greek and Roman antiquity with the new fetishes of Sicilianness. Parole chiave: Sicilia, politiche locali, identità, stereotipi, dispositivi

Key words: Sicily, local policies, identity, stereotypes, apparatuses
Abstract

Questo articolo analizza la fotografia di ritratto vernacolare prodotta dagli atelier sardi tra l’Ottocento e i primi del Novecento, insieme alle cartoline illustrate. Attraverso un’indagine che intreccia il contesto storico-sociale di produzione, scambio e ricezione delle immagini con la loro attuale funzione di “occhio della storia”, si esplora il ruolo della fotografia nella costruzione dell’identità collettiva sarda. Queste immagini, pur legate al passato, sono costantemente risignificate dai collezionisti, come Cristiano Cani e Oscar Sanna, che le sottraggono all’oblio e le reinseriscono nel presente. Attraverso l’integrazione nei media digitali, le fotografie diventano nodi di significato, oscillando tra memoria e reinvenzione, tra realtà e immaginario, contribuendo alla creazione di un’identità visiva condivisa. La ricerca si avvale di un approccio ibrido tra studio di collezioni private e netnografia, evidenziando il valore sociale e simbolico della fotografia storica. This article analyzes vernacular portrait photography produced by Sardinian studios between the 19th and early 20th centuries, along with illustrated postcards. Through an investigation that intertwines the historical and social context of image production, exchange, and reception with their current role as the “eye of history,” the study explores the role of photography in shaping Sardinian collective identity. These images, though rooted in the past, are continuously reinterpreted by collectors such as Cristiano Cani and Oscar Sanna, who rescue them from oblivion and reintegrate them into the present. Through their incorporation into digital media, photographs become nodes of meaning, oscillating between memory and reinvention, reality and imagination, contributing to the creation of a shared visual identity. The research adopts a hybrid approach, combining the study of private collections with netnography, highlighting the social and symbolic value of historical photography.

Parole Chiave: Fotografia di ritratto popolare, memoria e identità, collezionismo fotografico, netnografia, folklore sardo. Keywords: Popular portrait photography, memory and identity, photographic collecting, netnography, Sardinian folklore.
Abstract

Attraverso etnografie multisituate e multidisciplinari il contributo esplora l’impatto e le implicazioni socioculturali delle coesistenze interspecie e delle complesse relazioni tra selvatico e domestico, e i diversi livelli di governance in materia di aree protette, rappresentazioni della wilderness e prospettive di coesistenza. In una vasta e differenziata cornice di studi sul postumano e le relazioni uomo-natura, il saggio cerca di elaborare un quadro teorico preliminare e un primo repertorio critico dei molteplici posizionamenti sulle coesistenze tra specie selvatiche e animali domestici, tra umano e non umano in diversi contesti appenninici centro-meridionali interessati dalla presenza di grandi predatori e ungulati, a partire dal caso etnografico dei cavalli della razza autoctona pentra nella riserva del Pantano della Zittola, in Molise, e dalle relative polemiche sull’allevamento brado e sull’uso del pascolo nelle aree protette e limitrofe. Una particolare attenzione è rivolta al sistema delle rappresentazioni, interne ed esterne, del selvatico e della relazione tra questo e la categoria di domesticità, e ancora tra comunità locali in aree di proliferazione della presenza di animali selvatici, gestione delle attività di custodia e tutela della biodiversità e mantenimento delle attività produttive di tipo rurale. Through multi-sited and multi-disciplinary ethnographies, the paper explores the impact and sociocultural implications of interspecies coexistences and complex relationships between the wild and the domestic, and the different levels of governance concerning protected areas, wilderness representations and perspectives on coexistence. Within a broad and differentiated framework of posthuman studies and human-nature relations, the essay attempts to elaborate a preliminary theoretical framework and a first critical repertoire of the multiple positioning on coexistence between wild and domestic species, between human and non-human in various Central-Southern Apennine contexts affected by the presence of large predators and ungulates, starting with the ethnographic case of the native Pentri horses in the Pantano della Zittola reserve, in Molise, and the related controversies on wild breeding and the use of pasture in and around protected areas. Particular attention is paid to the system of representations, internal and external, of the wild and the relationship between this and the domesticity category, as well as between local communities in areas of proliferating wild animal presence, the management of biodiversity custody and protection, and the maintenance of rural production activities.

Parole chiave: coesistenze interspecie, selvatico, domestico, wilderness, aree protette Keywords: interspecific coexistence, wild, domestic, wilderness, protected areas
Abstract

Negli ultimi decenni, Sesto San Giovanni – l’ex “Città delle Fabbriche” alla periferia di Milano, Italia – ha subito un profondo e complesso processo di deindustrializzazione che ha rimodellato il paesaggio urbano. Questo articolo esplora questa trasformazione attraverso il concetto di ecologia del “come se”. L’obiettivo è mostrare come certi oggetti o elementi del paesaggio urbano vengano trattati “come se” fossero qualcosa di diverso da ciò che sono. Esso considera la trasformazione dei resti delle fabbriche in termini di finzioni che, capovolgendo la realtà, si rivelano utili per raccontare nuove storie sul paesaggio urbano. Così, i macchinari delle fabbriche dismesse vengono esposti nelle vie della città “come se” fossero opere d’arte surreali o artefatti museali; i resti dei luoghi di produzione operai vengono reinventati come luoghi di svago per la classe media, e gli scarti di produzione delle vecchie fabbriche vengono riprogettati (e vissuti) “come se” fossero “natura incontaminata”. Attraverso riflessioni autobiografiche e approfondimenti etnografici, l’articolo sostiene che la logica del “come se” estetizza il passato industriale mascherando, potenzialmente, le disuguaglianze strutturali e minando l’impegno critico nei confronti delle conseguenze ecologiche e sociali della deindustrializzazione. Il risultato è un paesaggio urbano caratterizzato da contraddizioni e ambivalenze tra memoria e oblio, autenticità e simulazione, conservazione e mercificazione. In recent decades, Sesto San Giovanni – the former “Factory City” on the outskirts of Milan, Italy – has undergone profound and complex process of deindustrialisation, reshaping the urban landscape. This article explores this transformation through the concept of the ecology of “as if”. It aims to show how certain objects or elements of the urban landscape are treated “as if” they were something other than what they are. It considers the transformation of the remains of the factories in terms of fictions that, by reversing reality, prove useful in telling new stories about the urban landscape. Thus, the machinery from abandoned factories is exhibited in the city’s streets, “as if” it were surrealist art or an artefact from a museum. The remains of workers’ production spaces are reinvented as leisure spaces for the middle classes. The old factories’ waste products are redesigned and experienced as if they were “pristine nature”. Through autobiographical reflection and ethnographic insights, the article argues that this “as if” logic aestheticises the industrial past, potentially masking structural inequalities and undermining critical engagement with the ecological and social consequences of deindustrialisation. The result is an urban landscape characterised by contradictions and ambivalences between memory and oblivion, authenticity and simulation, and preservation and commodification.

Parole chiave: ecologia del “come se”, musealizzazione, paesaggi postindustriali, macerie, parchi urbani. Key words: ecology of “as if”, musealisation, post-industrial landscapes, rubble, urban parks.
Abstract

il 17 maggio 2020 nel pieno del lockdown anticovid, la distruzione del prezioso Teatro nazionale di Tirana, come delle attrezzature, delle scene, dei costumi, dei preziosissimi archivi in esso conservati, si pone quale tragedia che segna una nuova fase della politica nazionale e internazionale dell’Albania socialista di Edi Rama. Se, da un lato, tale azione è riconducibile agli enfatici cicli di distruzione e ricostruzione di architetture e spazi urbani che, dall’Ottocento a oggi, hanno marcato ogni transizione attraversata dall’Albania secondo una più diffusa concezione “prometeica” del potere rintracciabile soprattutto nelle rigogliose rappresentazioni letterarie, dall’altro essa sembra inaugurare una nuova stagione di ideologie e concezioni della politica. Stagione fondata sulla demolizione delle antiche pratiche politico-letterarie, delle antiche maschere e memorie e dei teatrali “giochi a nascondere”, come sulla veloce cementificazione di un paese che, in una giungla di grattacieli, s’innalza alimentato dalle logiche scure della speculazione e da quelle ipermoderne della trasparenza. On 17 May 2020, during the lockdown against covid, the destruction of the precious National Theatre of Tirana, as well as the equipment, scenes, costumes and the very valuable archives preserved therein, it is a tragedy that marks a new phase in the national and international politics of socialist Albania by Edi Rama. If, on the one hand, such action is attributable to the emphatic cycles of destruction and reconstruction of urban architecture and spaces that, from the nineteenth century, have marked every transition through which Albania has passed according to a more widespread “promethean” conception of power, which can be found above all in the prolific literary representations; on the other hand it seems to inaugurate a new season of ideologies and conceptions of politics. The season was based on the demolition of ancient political-literary practices, of ancient masks and memories and theatrical “games to hide”, as well as on the rapid cementing of a country that, in a jungle of skyscrapers, is driven by the dark logic of speculation and the hypermodern logic of transparency.

Parole chiave: Albania; Letteratura albanese; Antropologia politica; Architettura; Simbolismo; Patrimonio. Keywords: Albania; Albanian Literature; Political Anthropology; Architecture; Symbolism; Cultural Heritage.
Abstract

Tra le antiche civiltà della Mesoamerica le conoscenze astronomiche raggiunsero uno sviluppo straordinario, e tuttavia ne restano ben poche vestigia nelle testimonianze etnografiche dei loro discendenti odierni, giacché la colonizzazione impose i modelli culturali europei anche in ciò che concerne le concezioni e le pratiche connesse all’astronomia. Ciononostante, lo studio dell’etnoastronomia degli Ikoots (o Huave) dell’Istmo di Tehuantepec, le cui attività alieutiche li portano a mettere in pratica ogni notte le loro conoscenze sugli astri per orientarsi spazialmente e temporalmente nelle lagune, attesta una ricca combinazione di retaggi preispanici, innesti coloniali europei e reinterpretazioni creative moderne. L’esame di alcuni esempi concreti permetterà di riflettere sull’impatto che ebbero le imposizioni degli evangelizzatori domenicani, assai più legate alle conoscenze astronomiche popolari di contadini e marinai o alle pratiche liturgiche che non ai saperi colti di astronomi e astrologi. E al contempo mostrerà l’importanza che le più semplici pratiche quotidiane – legate come sono ai significati cosmologici attribuiti alle componenti della natura – possono avere nella preservazione, nella riproduzione, nella trasformazione e nell’innovazione dei saperi locali. Among the ancient civilizations of Mesoamerica, astronomical knowledge reached an extraordinary development, and yet scant traces of it can be found in the ethnographic records of their present-day descendants, as colonization imposed European cultural patterns even in what concerns concepts and practices related to astronomy. Nonetheless, the study of the ethnoastronomy of the Ikoots (or Huave) of the Isthmus of Tehuantepec, whose fishing activities lead them to put their knowledge of the stars into practice every night to orient themselves spatially and temporally in the lagoons, attests to a rich combination of pre-Hispanic legacies, European colonial grafts, and creative modern reinterpretations. The examination of some concrete examples will allow us to reflect on the impact of the Dominican evangelizers’ impositions, which were much more related to the popular astronomical knowledge of peasants and sailors or to liturgical practices than to the learned knowledge of astronomers and astrologers. At the same time, this will show the importance that the simplest everyday practices - linked as they are to the cosmological meanings attributed to natural phenomena - can have in the preservation, reproduction, transformation and innovation of local knowledge.

Parole chiave: Ikoots, indigeni messicani, astronomia, evangelizzazione, sincretismo Keywords: Ikoots, Mexican native peoples, astronomy, evangelization, syncretism
Abstract

Questo contributo vuole analizzare i primi esiti di una ricerca tra i “nuovi” italiani in Tunisia, persone trasferitesi nel Paese nordafricano negli ultimi decenni. Riferimenti teorici in qui tali spostamenti si inseriscono sono quelli delle privileged mobilities (Croucher 2012) e delle lifestyle migrations (Benson 2016) lungo l’asse nord-sud (Hayes, Pérez-Gañán 2017). Le fonti cui attingo sono in gran parte frutto di un’etnografia in corso, raccolte tra marzo 2022 e aprile 2024. I temi che emergono dimostrano la persistenza di disuguaglianze fondate sul divario tra Nord e Sud del mondo, in cui si situano condizioni di disparità, come libertà di scelta e di opportunità, possibilità di accesso alle risorse e alla mobilità. Le storie di vita degli italiani sono accomunate dalla menzogna, volontaria o inconsapevole, che legittimi presenze “fuori posto” e storie di (in)successo. The contribution aims at analysing the outcomes of a research among the “new” Italians in Tunisia, who have moved to the North African country in the last decades. Theoretical references in which such shifts fit are those of privileged mobilities (Croucher 2012) and lifestyle migrations (Benson 2016) along the north-south axis (Hayes, Pérez-Gañán 2017). The sources I draw on are largely the result of an ongoing ethnography, collected between March 2022 and April 2024. The themes emerged demonstrate the persistence of inequalities based on the gap between the North and the South, in which freedom of choice and opportunity, access to resources and mobility are included. The life stories of Italians are united by the lie, voluntary or unconscious, that legitimises “out-of-place” presences and stories of success/failure.

Parole chiave: nuovi italiani in Tunisia; storie di vita; disuguaglianze; neoliberismo; strategie. Keywords: new Italians in Tunisia; life stories; inequalities; neoliberalism; strategies

Camera Oscura

Non solo fotografie. Fotoschemi, basi di dati, sistemi generativi di UI (intelligenza umana)
di Lello Mazzacane 

Passaggi

Abstract
20 dicembre 2022, alla chiusura della mostra “Ceremonies (Burial of an undead world)” di Anselm Franke alla Haus der Kulturen der Welt, si è svolta una giornata internazionale di studi dedicata a Ernesto de Martino e Carlo Ginzburg. Hanno partecipato Carlo Ginzburg, Dorothy L. Zinn, Erhard Schüttpelz e me stesso. Lo scritto qui presentato riporta la mia relazione e cerca di mettere in rapporto il culto napoletano dei morti con alcuni elementi dello studio sul Sabba. Sono molto grato al Comitato di Direzione di “Voci” – e a Francesco Faeta – per avermi dato questa occasione. The following talk was given at the Haus der Kulturen der Welt in Berlin, at a conference closing the exhibition “Ceremonies (Burial of an undead world)” dedicated to continuities among cosmologies and origin myths across time and space. On the 20th December 2022, Carlo Ginzburg, Dorothy L. Zinn, Erhard Schüttpelz and I met to reflect on Ernesto de Martino’s importance for Carlo’s work and for our research in general.

Parole chiave: Culto dei morti, Napoli, relazione patrono-cliente, teoria del dono e della grazia, Ernesto de Martino. Keywords: cult of the dead, Naples, patron-client relationship, theory of gift and grace, Ernesto de Martino.

Si parla di...

Recensioni

Matteo Aria è insegna antropologia economica, etnografia e antropologia dell’Oceania alla Sapienza- Università di Roma dove è anche presidente del corso di Laurea Magistrale in discipline etnoantropologiche e coordinatore del curriculum antropologico del Dottorato di ricerca in Storia Antropologia Religioni. Ha condotto ricerche in Ghana sui pescatori e sui processi di patrimonializzazione, in Polinesia Francese sulla memoria, il patrimonio e i passeurs culturels, in Nuova Caledonia sugli objets ambassadeurs e sulle politiche culturali del Centre Culturel Tjiabau, nel Mediterraneo sull’antropologia dei mari e in Italia sulla donazione del sangue, sulla cultura materiale e sugli oggetti domestici. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Une mémoire māohi réveillée, 2025; David Graeber – La forza materiale dell’immaginazione (a cura di), 2024; Ermenautica. Dai mari condivisi il segreto della convivenza (a cura di), 2021; Economie umane, economie intime: né per Dio né per denaro (a cura di), 2020; I doni di Mauss. Percorsi di antropologia economica, 2016.

Flaviana Astone , phd in è Dottore di Ricerca in Scienze Umanistiche, Università degli Studi di Messina, e Laureata Magistrale in Lingue Moderne: Letterature e Traduzione, Università degli Studi di Messina, ha conseguito titoli di studio e master in Italia e all’estero (Birmingham, Caen, Aarhus). Professore a contratto presso l’Università di Messina di Lingua e traduzione inglese dal 2019 e di Discipline demoetnoantropologiche dal 2024. Ha partecipato a numerosi convegni in Italia e all’estero in qualità di relatrice (Yucatàn, New York, Tbilisi, New Delhi). Autrice di tredici pubblicazioni, tra saggi in volume e articoli su riviste, ha partecipato a gruppi di ricerca nazionali e internazionali. Sta svolgendo una ricerca sulla costruzione dell’identità siciliana attraverso la letteratura, il cinema e la fotografia. Cultore della materia del SSD S-DEA/01. Dal 2021 Membro del Comitato di redazione della rivista “Humanities”.

Giovanni Astorino, è un antropologo visuale e fotografo. Si è laureato presso l’Università di Torino con una tesi dal titolo La Sardegna ritratta. Frammenti visivi d'identità e memoria tra antropometria e folklore (1860-1900). I suoi interessi di ricerca si concentrano sulla fotografia storica, l’antropologia visuale e la costruzione dell’identità e della memoria attraverso le immagini.

Letizia Bindi, è è stata Visiting Scholar in numerose Università internazionali (Amiens, Valladolid, Barcelona, Sevilla, Katowice-Ciezsyn, Sharjah/AES, Argentina). È membro del Direttivo di SIAA e della Accademia dei Georgofili. Socia di SIAC, EASA e del Collegio dei Docenti del Dottorato in “Patrimoni culturali: Memorie, saperi, transizioni” dell’Università di Campobasso. Ha collaborato con la RAI; è membro dell’Editorial Board di “Voci. Annuale di Scienze Umane”. Nel 2009 vincitrice del Premio Fondazione Tanturri per Studi Antropologici e Tradizioni Popolari e nel 2022 ha ricevuto il Premio Italiano per l’Antropologia “Costantino Nigra” (Antropologia Visuale). Nel 2018 ha ottenuto come Coordinatore il Progetto Erasmus Capacity Building “EARTH – Education, Agriculture, Resources for Territories and Heritage” e del Progetto di Ricerca Italo-Argentino “TraPP. Trashumancia y Pastoralismo como elementi del Patrimonio Inmaterial” (supportato da CUIA/CONICET). È Direttrice del Centro di Ricerca “BIOCULT” sul patrimonio bio-culturale e lo sviluppo locale dell’Università degli Studi del Molise. È attualmente coinvolta in progetti Horizon e in progetti di ricerca regionali e nazionali e coordina il piano delle azioni immateriali del Progetto “Centro di (ri)Generazione” – Bando Borghi Linea A del Ministero di Cultura. È Principal Investigator del Progetto di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN 2022) “WilDebate. Coesistenze interspecifiche, Frizioni Bio-culturali e Pastoralismo nelle aree protette” e coordina l’Unità locale dell’Università del Molise del Progetto di Rilevante Interesse Nazionale PNRR 2022 “Energy Commons. Processi partecipativi, Gestione critica delle risorse e risposte comunitarie alle frizioni socioeconomiche nella contemporaneità”. Coordina inoltre il Bando a Cascata PNRR – Changes “TRAME. Transhumance, Research, Archives, Memories, Ecomuseum”.

Lorenzo D’Angelo,  is an Associate Professor at the Sapienza University of Rome, Italy (ORCID: 0000-0002-8731-2714). As a social anthropologist, he has carried out fieldwork in Italy, Sierra Leone, Tanzania and Uganda. He is the co-founder of the EASA Anthropology of Mining Network; author of the book Diamanti. Pratiche e stereotipi dell’estrazione mineraria in Sierra Leone, 2019; co-editor of The Anthropology of Resource Extraction, 2022; and editor of the Special Issue Antropologia della tecnica e della tecnologia, “Rivista di Antropologia Contemporanea”, 2/2024: 181-407.

Mauro Geraci, è , Professore Ordinario di Antropologia culturale presso l’Università degli Studi di Messina, è autore de Le ragioni dei cantastorie. Poesia e realtà nella cultura popolare del Sud, 1997, primo studio sistematico delle prospettive spettacolari e conoscitive dei poeti-cantastorie siciliani e de Il silenzio svelato. Rappresentazioni dell’assenza nella poesia popolare in Sicilia, 2002. Di recente, s’è occupato di Giovanni Verga e del realismo letterario italiano in rapporto all’antropologia. Dal 2002 ha rivolto il suo interesse all’Albania, dove la letteratura ha svolto un ruolo centrale nella ridefinizione della memoria storica del paese in rapporto alle trasformazioni politico-sociali contemporanee. Da qui lo studio Prometeo in Albania. Passaggi letterari e politici di un paese balcanico, 2014 e la cura dell’autobiografia della prima grande scrittrice albanese, Musine Kokalari, La mia vita universitaria. Memorie di una scrittrice albanese nella Roma fascista (1937-1941), 2016.

Ulrich van Loyen, è , born 1978 in Dresden, PhD in Comparative Literature (LMU München) and Social Anthropology (Bern), is currently teaching Media Studies at the University of Siegen. monographs: Ernesto de Martino: Die magische Welt, 2025; Nachkriegsschamanismus. Beiträge zu einer Kultur der Niederlage, 2024; Der Pate und sein Schatten. Die Literatur der Mafia, 2021; Neapels Unterwelt. Über die Möglichkeit einer Stadt, 2018, Italian translation Napoli sepolta. Viaggio nei riti di fondazione di una città, 2020.

Alessandro Lupo, is a insegna etnologia presso la Sapienza Università di Roma, ove dirige la Missione Etnologica Italiana in Messico e il Centro di Studi Messicani. Dal 1979 svolge indagini etnoghrafiche tra gli Ikoots (Huave) di Oaxaca e i Nahua della Sierra Norte di Puebla, su temi quali la tradizione orale (narrativa e testi rituali), cosmologia, etnoastronomia, religione, medicina tradizionale, dinamica culturale e negoziazione identitaria. Tra le sue pubblicazioni: I tre cardini della vita. Anime, corpo, infermità tra i Nahua della Sierra di Puebla, con I. Signorini, 1989; La Tierra nos escucha. La cosmología de los nahuas de la Sierra a través de las súplicas rituales, 1995; San Juan Diego y la Pachamama. Nuevas vías del catolicismo y de la religiosidad indígena en América Latina, curato con F. Báez-Jorge, 2010; Corpi freddi e ombre perdute. La medicina indigena messicana ieri e oggi, 2012; El maíz en la cruz. Prácticas y dinámicas religiosas en el México indígena, 2013; Civiltà e religione degli Aztechi, curato con L. Pranzetti, 2015; Protagonisti e dinamiche dell’identità etnica in Messico (a cura di), 2019.

Antonello Ricci, già professore ordinario presso il Dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni, Arte, Spettacolo – SARAS, Facoltà di Lettere e Filosofia, Sapienza Università di Roma; dal 2001 ha insegnato Discipline demoetnoantropologiche su tematiche riguardanti l'antropologia visiva, l'antropologia del suono, l'antropologia dei musei e del patrimonio materiale e immateriale nei corsi di laurea triennale in Storia, Antropologia, Religioni, magistrale in Discipline EtnoAntropologiche di cui è stato Presidente, magistrale in Musicologia. In quest’ultimo corso di laurea e nella Scuola di specializzazione in Beni culturali DEA della Sapienza insegna attualmente Antropologia del suono. È membro del Comitato direttivo della rivista “L’Uomo – Società, Tradizione, Sviluppo” e del Comitato editoriale della collana Imagines (FrancoAngeli). Tra le sue pubblicazioni più recenti: Il paesaggio sonoro e l’antropologia dell’ascolto e Etnografia dell’ascolto: due esperienze a confronto, 2025; Sguardi lontani. Fotografia ed etnografia nella prima metà del Novecento, 2023; Essere sul campo: dialoghi e comunicazioni etnografiche a distanza, 2023; Suono/Ascolto, 2022; cura di L’eredità rivisitata. Storie di un’antropologia in stile italiano, 2020; Il secondo senso. Per un'antropologia dell’ascolto, 2016.

Gianfranco Spitilli, è PhD in Etnoantropologia, insegna Antropologia culturale presso il Dipartimento di Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi di Teramo ed è assegnista di ricerca nel Dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione dell’Università degli Studi del Molise per il progetto “Wildebate. Coesistenze, frizioni bio-culturali e pastoralismo nelle aree protette”. Svolge ricerche in area alpina e appenninica sulla relazione umano-non umano, sulle interazioni uomo-natura e sul pastoralismo europeo, anche in una prospettiva antropologico-visiva. È ideatore e membro del nucleo di coordinamento del progetto di Cooperazione Internazionale “Tramontana Network” (Europa Creativa, Grand Prix Europa Nostra Awards 2020); dirige il “Centro Studi Don Nicola Jobbi. Antropologia, storia, linguaggi multimediali”, presso il Dipartimento di Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi di Teramo. Tra le sue ultime pubblicazioni: Lo sguardo compartecipe. Un’antropologia del margine e della vulnerabilità, 2022); “Vie d’erba”. Antropologia, pastorizia mobile e conoscenza, 2023; con G. D’Autilia (a cura di), Sono tutta negli occhi. Sebastiana Papa fotografa (1932-2002), 2023; con B. Nisii e R. Tucci, Lettere dalla pastorizia. Scritture di pastori transumanti di Fano Adriano, 2024.