Copertina 2018

 

VociNuvola18

 

VOCI
Rivista di Scienze Umane

Direttore: Luigi M. Lombardi Satriani
Direttore Responsabile: Walter Pellegrini
Comitato Scientifico: José Luis Alonso Ponga, Jean-Loup Amselle, Marc Augé, Antonino Buttitta †, Francesco  Faeta, Abdelhamid Hénia, Michael Herzfeld, Lello Mazzacane, Isidoro Moreno Navarro, Marino Niola, Mariella Pandolfi, Taeko Udagawa
Comitato di direzione: Antonello Ricci (coordinatore), Enzo Alliegro, Katia Ballacchino, Letizia Bindi, Laura Faranda, Mauro Geraci, Fiorella Giacalone, Fulvio Librandi, Maria Teresa Milicia, Rosa Parisi, Gianfranco Spitilli. 
Direzione e redazione: Dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni, Arte, Spettacolo “Sapienza” Università di Roma, Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma 
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Coordinamento editoriale: Marta Pellegrini
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Editoriale

 

Biblioteca
L’etnografia giuridica coloniale italiana.
Ricostruzione storico-critica di un rapporto interdisciplinare
Antonino Colajanni 11

Quando Boas studiava gli italiani
Leonardo Piasere 40

Dal paradigma estetico alla coscienza nazionale. La cultura popolare fra positivismo, romanticismo e idealismo
Maurizio Coppola 71

Antropologia applicata in Italia: sviluppi e ripensamenti
Mara Benadusi 93

Questioni storiografiche e didattica universitaria della demologia in Italia
Gabriella D’Agostino 120

L’antropologia culturale in Italia: problemi storiografici
Fabio Dei 145

 

Miscellanea

 

Dopo la primavera. Autorità, emancipazione e germinazione di nuove soggettività politiche nella Tunisia contemporanea
Giovanni Cordova 172

Islamofobia e sessismo nella rappresentazione delle donne musulmane in Italia
Fiorella Giacalone 198

Cultura materiale e alterità: il caso del Museo di Antropologia ed Etnografia di Torino
Erika Grasso 223

 

Camera oscura

 

Ritrarre i migranti ai confini europei. Antropologia visiva fra analisi critica e proposta fotografica
Silvia Di Meo 247

 

Si parla di…

 

Il diario di campo di Renato Boccassino: una prima analisi
Naima Quintiliani 288

 

Recensioni

 

Notiziario 323

La sezione monografica di questo numero di Voci dal titolo Prospettive e rappresentazioni di storia e storiografia dell’antropologia italiana, curata da Enzo Vinicio Alliegro e Maria Teresa Milicia, propone una ricognizione dello “stato dell’arte” nell’ambito della storia degli studi demoetnoantropologici e una prima esplorazione del dispiegarsi di approcci innovativi sui percorsi storici di ambiti disciplinari poco praticati se non del tutto trascurati in Italia. La radicata e diffusa tradizione storicista italiana ha stimolato molti “demoetnoantropologi” a contribuire alla scrittura della storia degli studi del proprio settore disciplinare. La costitutiva diversità interna alla tradizione italiana ha favorito la moltiplicazione di approcci basati su teorie e metodologie anche difformi, centrate in alcuni casi sul processo di istituzionalizzazione accademica, altre volte sulle monografie, sui dispositivi concettuali oppure gli apparati teorico-metodologici. Lo sforzo corale non coordinato ha prodotto una ricchezza di materiali storiografici che attendono di essere ricompresi in una prospettiva critica sistematica. Questa sezione monografica intende concorrere al consolidamento di un vero e proprio cantiere storiografico che assuma l’urgenza di un primo bilancio critico della letteratura specialistica sulla storia di ambiti disciplinari in parte già indagati e l’invito a sperimentare approcci innovativi – ripeto – puntando lo sguardo su quei percorsi che hanno goduto sinora di scarsa attenzione. Nell’articolo L’antropologia culturale in Italia: problemi storiografici, Fabio Dei propone un percorso analitico che segue la linea di sviluppo dell’antropologia culturale. Gabriella D’Agostino nel saggio Questioni storiografiche e didattica universitaria della demologia in Italia affronta un problema cui è stata rivolta poca attenzione nell’ambito della cosiddetta lettera D, quello della messa in forma del sapere e della sua trasmissione manualistica, mettendo a confronto due opere. L’articolo di Antonino Colajanni L’etnografia giuridica coloniale italiana. Ricostruzione storico-critica di un rapporto interdisciplinare presenta una rassegna della produzione giuridicoetnografica nata nel corso della formazione e della gestione delle colonie italiane in Africa. I contributi di Leonardo Piasere, Maurizio Coppola e Mara Benadusi raccolgono la sfida di esplorare percorsi storici poco praticati o del tutto inusitati. In Quando Boas studiava gli italiani Piasere prende le mosse dalla disputa tra Giuseppe Sergi e Franz Boas innescata dal famoso studio antropometrico sugli immigrati negli Stati Uniti per cogliere in una sintesi critica “il momento in cui l’antropologia italiana (in sintonia con altre antropologie europee, certamente) volle continuare a essere razzista”, con le conseguenze di una “mancata elaborazione del razzismo che ha avvolto la storia delle stesse Antropologia e Demoetnoantropologia”. L’articolo di Maurizio Coppola Dal paradigma estetico alla coscienza nazionale: la cultura popolare fra positivismo, romanticismo e idealismo affronta la questione storiografica della continuità dei modelli interpretativi dell’estetica popolare dal romanticismo al fascismo e la conseguente rilevanza della dimensione estetica come “elemento unificatore per una visione di longue durée del pensiero antropologico italiano”. A chiusura della sezione la ricostruzione del percorso accidentato dell’antropologia applicata in Italia fino alla recente costituzione della SIAA presentata da Mara Benadusi nell’articolo Antropologia applicata in Italia: sviluppi e ripensamenti dischiude un angolo visuale privilegiato sui fermenti di una fase di transizione decisiva nella storia disciplinare. Ritengo importante questa parte monografica, anche perché ho sperimentato la variegata sensibilità e le relative differenze di orientamenti e sollecitazioni critiche, anche in ambiti ristretti e per molti versi coesi, quali la stessa redazione di Voci. Differenze come esigenza di continuo confronto, come elemento di ulteriore ricchezza e ampliamento dello sguardo, così come è emerso nei seminari dedicati all’antropologia italiana, con specifica attenzione alla demologia, curati da Antonello Ricci alla “Sapienza” Università di Roma fra il 2017 e il 2018, raccolti nel volume L’eredità rivisitata – Storie di un’antropologia in stile italiano recensito in questo numero, con fortunata coincidenza editoriale, da Rosa Parisi. La sezione miscellanea della rivista comprende tre articoli di Giovanni Cordova dal titolo Dopo la Primavera. Autorità, emancipazione e germinazione di nuove soggettività politiche nella Tunisia contemporanea che tratta del rinnovamento sociale e politico in un paese chiave del nord Africa come la Tunisia in seguito ai movimenti politici che sono stati accomunati sotto la definizione giornalistica di “Primavera araba”; di Fiorella Giacalone dal titolo Islamofobia e sessismo nella rappresentazione delle donne musulmane in Italia incentrato sulla questione della presenza del velo nell’immagine femminile islamica in Italia, le cui connotazioni trovano argomenti di dissenso critico tanto a destra quanto a sinistra, così come nei movimenti femministi; di Erika Grasso dal titolo Cultura materiale e alterità: il caso del Museo di Antropologia ed Etnografia di Torino riguardante le collezioni etnografiche e le forme di esposizione museale nell’istituzione universitaria torinese. La sezione “Camera oscura”, dedicata a ricerche di antropologia visiva, in questo numero contiene un saggio di Silvia Di Meo, giovane studiosa e dottoranda che propone un radicale cambio di punto di osservazione delle figure dei migranti provenienti dai paesi africani: mediante un progetto fotografico e narrativo incentrato sull’uso del ritratto e dell’autobiografia, l’autrice ribalta il punto di vista mettendo in primo piano la soggettività dei giovani migranti in cerca di cittadinanza europea al confine spagnolo di Ceuta sulla sponda africana dello stretto di Gibilterra, in contrapposizione con la visione oggettivante e stereotipata delle fotografie giornalistiche degli stessi soggetti. Nella rubrica “Si parla di…” viene pubblicata una nota riguardante il Fondo Boccassino custodito presso l’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, un nuovo tassello nello studio dei documenti dell’etnologo Renato Boccassino che si aggiunge a quanto abbiamo già pubblicato nel numero di Voci del 2015. Recensioni editoriali e notizie completano il numero del 2020 di Voci, che a me appare mantenere alto il prestigio che la rivista ha acquisito, non solo in ambito specialistico. Risultato dovuto innanzitutto ai co-curatori della parte monografica, ai componenti della redazione tutta, coordinata con il consueto rigore e la consueta passione da Antonello Ricci e, last but not least a voi lettori, che, mantenendo il consenso alla rivista stessa, le conferite l’apporto decisivo per il mantenimento del livello da essa raggiunta.

Biblioteca

Abstract

This article presents a first systematic review of the legal ethnographic studies produced during the formation and management of the Italian colonies in Africa. The functional relation of these researches with the grounds for colonial imperialism and its political goals is blatant, though a more careful reading reveals a genuine investigative curiosity and the ability to take up the methodological challenges of “etnografia pratica e applicata” (applied ethography). In this line, the article traces the developments of empirical researchs on legal ethnography in the time span of colonial domination, highlighting the continuity with the Italian tradition of legal studies on “Custom”, on “Custom Law”, on “Legal Pluralism”, and with the commitment of many Law specialists in collecting the customs and popular juridical uses since the Unification of Italy. The last part of the article is dedicated to the critical review of the most recent and innovative contributions of history of Italian anthropology on the colonial contexts which mark a new phase in studying this “forgotten” dimension of our history.

Key words:italian colonialism, Legal ethnography, Custom Law, Legal Pluralism, Colonial anthropology.
Abstract

The article investigates how the moment of rupture between Italian anthropology and Boasian anthropology at the beginning of the 1900s came about. It reconstructs the dispute between Franz Boas and Giuseppe Sergi, two leading American and Italian anthropologists at the time, on the results of the famous study Changes in Bodily Form of Descendants of Immigrants conducted by Boas himself in New York. The American anthropologist went on to conduct another less known study (together with his daughter, Helene) on the variation of the cephalic index in Italy. The different interpretations that Boas and Sergi gave on variations in craniometric indexes show how that dispute, apparently limited to whichever statistical method was adopted, did, in fact, regard the epistemological bases of anthropology at that time. While both scholars embraced a unitary vision of general anthropology and criticised nineteenth-century anthropometry, they ended up suggesting two opposing theories. The Italian anthropologist was not able to welcome the revolution that Boas proposed with the discovery of a certain type of (limited) cranial plasticity, and therefore contributed to ensnaring Italian academic anthropology not only into a political racist trend, but also into a theoretical delay that lasted for decades compared to international anthropology. This delay still has to be largely analysed and elaborated historically.

Key words: Franz Boas, Giuseppe Sergi, history of Italian academic anthropology, somatic plasticity, cultural autonomy..
Abstract

In this article we aim to trace the developments of Italian anthropological historiography, particularly attentive to some elements that present a continuity between the Romantic period and the beginning of the twentieth century. This continuity is perceived through popular culture and the way it has been interpreted in Italy’s cultural history. From Romanticism to positivism and Italian neo-idealism, “folklore” has been the object of a double perspective, both aesthetic and political, that produced an idealistic approach of the anthropological data. If Romanticism insists on the organic and spiritual dimension of the popular character, positivism is confronted with the values of progress and modernity, and in turn, spiritualism and modernity are the references of folklore studies in the new century. Aesthetics and idealism are manifested above all in the political nature of Italian thought, a characteristic that distinguishes it from other European traditions.

Key words: aesthetic, idealism, historiography, popular culture, Italy.
Abstract

Long considered a marginal section of Italian demological, ethnological and anthropological studies, applied anthropology has been living a phase of revival in the last decade. In order to be integrated and valorized in a systematic way, the current relaunching of applied anthropology requires an effort to historicize and unpack the articulation of political, cultural and academics issues that have been forging the relationship between anthropology and application at national level. This article focuses on a moment in the history of Italian anthropological studies – the 50s and 60s of the Twentieth century – that has witnessed the first foundation of an anthropological venture involved in social planning and interventions at local and national levels. It also seeks to highlight the historical reasons that have hindered the affirmation of a unitary project to strengthen the discipline in the framework of social sciences in Italy

Key words: applied anthropology, Ernesto de Martino, memorandum, italian anthropology, Matera
Abstract

This contribution investigates about the sense of the history of “demology” (popular culture) as a part, together with anthropology and ethnology, of the so-called demoethno-anthropological disciplines according to the classification of the Italian Ministry. It proposes a reflection about the history of demology in the Italian tradition as it has been summarised in the main university textbooks, and puts it into question the opportunity to follow the tripartite division, as if it was still consistent with the main features of contemporary research.

Key words:demology, Italy, history/histories, teaching, textbooks.
Abstract

An overview on the historiography of cultural anthropology studies in Italy is a complex problem, since in our country there is no real tradition of history of the DEA disciplines as an autonomous field. What we mostly have are diachronic reconstructions of the studies, built so to speak from the inside. In these contributions, however, the three sectors that make up the DEA area are closely intertwined, so that it is not usually possible to distinguish a history of cultural anthropology from that of ethnology and demology. This article attempts to identify some moments and problems in the rise and evolution of cultural anthropology. Starting from brief notes on the nineteenth century and on the positivist and fascist periods, the second postwar phase is focused, trying to untangle the different sources from which the field of cultural anthropology develops: the influence of American studies, mainly through the work of Tentori and the other authors of the Memorandum; philosophical interests (especially in the Milan and Turin schools) for the themes of cultural relativism; but also the influence of De Martino who, while not loving the term “anthropology”, leads the Italian tradition of studies on popular culture away from folkloric philology and towards an approach that today we could well call anthropological. The article ends with the exhaustion of the distinction between the “three disciplinary fields” (anthropology, ethnology, demology) since the end of the twentieth century, due to both institutional and epistemological reasons.

Key words: Cultural anthropology, history of Italian anthropological studies, cultural relativism, marxist anthropology, Tullio Tentori.

Miscellanea

Abstract

Nine years after arab springs, social movements and waves of political rebellion are still shaking up the Middle East and North Africa, spreading from Algeria to Iraq. Protagonists of the protests are mainly young people, betrayed by promises of social welfare and development propagated by liberal and free-market policies, responsible for the increasing of youth’s unemployment and the exacerbation of social inequalities. This article aims to examine current processes of political subjectivation in contemporary Maghreb, and particularly in postrevolutionary Tunisia, through the investigation of the emerging associative sites that mediate daily political allegiances and their cultural codes, conveying relations of reliability and mutual recognition. Resorting to ethnographic research stuff, I will try to understand if new declinations of the Self, as well as new elaborations of the intersubjective and communitarian ties which have been emerging after the 2011 spring, may open up an original grammar of power relations. The recent proliferation of youthful organizations in Tunisian municipalities and local districts perhaps reveals a new intelligibility of social relations, at work in everyday practices and discourses through which young Tunisians plan future-oriented and politically informed collective projects.

Key words: Arab Springs, Tunisia, Political Subjectivation, Citizenship, Youth.
Abstract

The essay addresses the stereotyped vision of immigrant Muslim women, particularly if they wear a veil, both from right-wing politicians (they are an expression of a culturally backward religion) and left-wing politicians (Islam is a misogynist religion). Italian feminists also maintain a stereotyped view of Muslim women, which refers to practices and discourses on female liberation, which are not universal. The cross between sexism and Islamophobia is inscribed in the concept of intersectionality, which explores how race, religion and gender create forms of social exclusion. Through an ethnographic research among the young people of the GMI (Young Italian Muslims) we try to deconstruct the reified categories in which observant young Muslims are included and their social and political commitment. Squeezed between two paternalisms (western and patriarchal), the target of racism and sexism, women find themselves compressed into new disciplinary devices, which control their bodies and desires.

Key words:muslim women, veil, sexism and racism, second generation.
Abstract

This contribution aims to illustrate and critically analyze the history of the extraeuropean ethnographic collections of the Museum of Anthropology and Ethnography of the University of Turin (MAET) founded in 1926 by Giovanni Marro (1875-1952), doctor, psychiatrist and anthropologist. Since the museum foundation, its heritage is composed by heterogeneous and problematic corpora deriving from personal collections of the founder, donations from colleagues and scholars and, more recently, from travelers and collectors. The article focuses on the material culture preserved by MAET that have been producted by extra-European cultures. In the past these objects were used as corollary and documentation of the theses concerning human evolution. Today, cultural and museum anthropology approach make possible to question this kind of heritage revealing the “social life” of objects, the meanings of which they are bearers and the social role of the museum. This biographical approach, applied in the reconstruction of the events that led the different corpora to Turin, reveals the events and the ideas about otherness, and the power relationships that underlie the collecting practices through which they have been accumulated. The research in the archives and in the museum’s rooms has brought to light the relational nature of material culture and its potential for a critical analysis of relationships with otherness. It appears to be essential to imagine new ways trough which MAET will return to be an open space and a “contact zone” for the societies it represents.

Key words: Giovanni Marro, Museum of Anthropology and Ethnography Turin, material culture, ethnographic museology and museography, contact zone.

Camera Oscura

In border contexts, the photographic narrative of migrations relies on an iconography of the migrant subject which is essentializing and neutralizing, both from a securitarian and a humanitarian perspective. The camera turns out to be a surveillance camera, acting as yet another control device that objectifies and imposes its specific dominance view. In this work – starting from a reflection on ethnographic fieldworks in european and externalised borders (Morocco, Spain, Tunisia, Sicily) – we offer a critical view to the hegemonic narrative on migrations, and propose an alternative representation: the visual-anthropological option of the portrait, photographic and biographic, allows to go beyond the visual subjugation of the subject and favors, instead, a counter-visuality of migration, taking into account the migrant autorepresentation, the emic point of view, the prevalence of a “horizontal” line of sight, and the production of a shared ethnographical frame. Within contexts dominated by violence and violation of human rights, the camera is rethought as an instrument of ethnographic relationship, able to impact the social reality by imprinting on visual anthropology an applied and transformative dimension. By fusing the linguistic and the visual communicative models, the portrait can give back to the subjects a visible agency, built through a meaningful dense image, which moves and gives sense to migration mobilities and mobilizations.

Key words: photography, visual ethnography, portrait, migrants, borders.

Si parla di...

Recensioni

Mara Benadusi insegna antropologia culturale presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania. Ha svolto ricerche etnografiche in Sri Lanka e in Italia occupandosi di antropologia dell’educazione, antropologia dei disastri, etnografia dei contesti umanitari e dello sviluppo. Ha pubblicato articoli e saggi in riviste e volumi nazionali e internazionali. Tra i suoi lavori più recenti: La scuola in pratica. Prospettive antropologiche sull’educazione (Edit 2017); Sull’onda del maremoto. Ipertrofia del dono in Sri Lanka (Edit 2020, in c.d.s). Attualmente sta completando un progetto di ricerca sulle frizioni ambientali che investono la zona petrolchimica del siracusano in una fase di progressiva de-industrializzazione e cominciando una nuova ricerca sui modi in cui l’ambiente e la protezione degli animali sono gestiti a livello giudiziario da avvocati, attivisti e istituzioni in Sri Lanka, nell’ambito di controversie legali che vedono coinvolti gli elefanti in zoo, orfanotrofi, templi e parchi naturali. Ricopre la carica di Presidente della Società Italiana di Antropologia Applicata (SIAA) ed è co-fondatrice del Disaster and Crisis Anthropology Network all’interno dell’EASA.

 

Antonino Colajanni è stato professore ordinario di Antropologia sociale nell’Università di Roma “La Sapienza” e vice-presidente dell’Associazione italiana per le scienze etno-antropologiche (A.I.S.E.A.). Esperto e Consulente per gli aspetti sociali e culturali dei processi di sviluppo presso organizzazioni internazionali e ONG. Responsabile del centro studi della ONG “Ricerca e cooperazione” e responsabile di progetti in Colombia. Ha svolto ricerche etnografiche sui processi di cambiamento socio-culturale in diverse aree indigene e rurali dell’Ecuador, Colombia, Perù, Bolivia, Guatemala. Ha pubblicato saggi e volumi sulle trasformazioni sociali tra gli indigeni Shuar e Achuar dell’Ecuador, sull’antropologia dei progetti di sviluppo, sulla storia dell’antropologia sociale e sull’antropologia giuridica.

 

Maurizio Coppola ha studiato tra Italia e Francia, addottorandosi in antropologia e etnologia all’EHESS di Parigi. È cultore della materia al dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Napoli “Federico II” e membre associé all’Institut interdisciplinaire d’anthropologie du contemporain du CNRS/EHESS.

 

Giovanni Cordova ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in “Storia, Antropologia, Religioni” (curriculum etno-antropologico) presso l’Università “Sapienza” di Roma. Si interessa di Maghreb – privilegiando questioni di antropologia politica e religiosa – e di processi migratori in area mediterranea, con particolare riguardo al sud Italia. Ha partecipato a progetti di ricerca su pratiche e rappresentazioni dell’abitare nella periferia romana, sulle figure religiose islamiche in Italia e sulle identità nazionali in Nord Africa. Prende parte alla didattica dei moduli di antropologia nei corsi di formazione rivolti a operatori sociali e personale della pubblica amministrazione in Calabria e Sicilia.

 

Gabriella D’Agostino, antropologa, è professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche nell’Università degli Studi di Palermo. È direttore responsabile della rivista semestrale “Archivio Antropologico Mediterraneo”(https://journals.openedition. org/aam), vicepresidente della Società Italiana di Antropologia Culturale e, dal 2009, direttore scientifico del Festival internazionale di documentari Sole Luna Doc Film Festival. Tra i suoi lavori: Da vicino e da lontano. Uomini e cose di Sicilia (Sellerio, 2002); Forme del tempo. Introduzione a un immaginario popolare (Flaccovio, 2008); Altre storie. Memoria dell’Italia in Eritrea (Archetipolibri, 2012), Sottotraccia. Percorsi tra antropologia e contemporaneità (Bonanno, 2016, tradotto in francese, Pétra Éditions, 2018). Ha curato l’edizione italiana di lavori di diversi studiosi, tra cui S. Ortner, H. Whitehead, M. Kilani, J.-P. Changeux, T. Todorov e, con Vincenzo Matera, U. Hannerz e D. Miller.

 

Fabio Dei insegna Antropologia Culturale presso l’Università di Pisa. Si occupa di antropologia della violenza e delle forme della cultura popolare e di massa in Italia. Dirige la rivista “Lares” e ha pubblicato fra l’altro Antropologia della cultura materiale (con P. Meloni, Carocci, 2015), Terrore suicida. Religione, politica e violenza nelle culture del martirio (Donzelli, 2016), Antropologia culturale (Il Mulino, 2016, 2a ed.), Cultura popolare in Italia. Da Gramsci all’Unesco, Il Mulino, 2018), Passato vivente. Feste, giochi, rievocazioni storiche in Toscana (con M. C. Carratù, Pacini, 2019). Con C. Di Pasquale ha curato i volumi Stato, violenza, libertà. La critica del potere e l’antropologia contemporanea (Donzelli, 2017) e Rievocare il passato. Memoria culturale e identità territoriali (Pisa University Press, 2017)..

 

Silvia Di Meo ha conseguito la Laurea magistrale in Discipline Etno-antropologiche presso l’Università la “Sapienza” di Roma. È attualmente dottoranda di ricerca in Scienze sociali, curriculum Migrazioni e processi interculturali, presso l’Università di Genova. Le sue ricerche riguardano l’etnografia delle frontiere, delle mobilità e delle mobilitazioni transnazionali, l’analisi delle politiche migratorie e dei processi interculturali, con particolare attenzione alle prospettive teorico-metodologiche dell’antropologia visiva. I terreni di ricerca sono l’area mediterranea e i suoi confini, in particolare il Marocco, la Tunisia, Ceuta e Melilla, la Sicilia e Lampedusa. Attraverso l’osservazione partecipante e la fotografia etnografica indaga i processi migratori soggettivi e collettivi. Si interessa di antropologia applicata, collabora con il Laboratorio di sociologia visuale dell’Università di Genova e coopera con diverse organizzazioni italiane ed estere impegnate nella ricerca e nel monitoraggio dei movimenti migratori nei territori di confine.

 

Fiorella Giacalone è professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Università di Perugia; è stata ricercatrice presso l’Università del Molise fino al 1997. Coordinatrice dei Corsi di Laurea: Triennale in Servizio Sociale e Magistrale di Sociologia e Politiche Sociali (2013-2019). È socia della SIAC, della SIAM, dell’EASA, della SIEF e “antenne italienne” della rete europea FER Eurethno del Consiglio d’Europa. Visiting professor presso le università di Florianopolis (Brasile), Marrakech (Marocco), Valladolid (Spagna). “Premio Scanno per l’Antropologia” nel 2014 e “Premio Cassano per l’Antropologia” nel 2019. Si interessa di antropologia religiosa, in particolare dei simbolismi corporei femminili, tra religione e medicina, nel cattolicesimo e nell’islam. Si occupa di fenomeni migratori: le seconde generazioni, le pratiche islamiche e i linguaggi razzisti. PRIN 2006-2007: Ricerca con l’Università di Bologna, su “Contesti urbani, accoglienza e conflitti nella seconda generazione di migranti”; PRIN 2014-2017, Migrazioni, legami familiari e appartenenze religiose. Ricerca europea (Radar) sul linguaggio razzista (Just/2013/Frac/AG/6271). Alcune pubblicazioni: Il corpo e la roccia. Mito e simboli nel culto di S.Rita da Cascia (1996); Impronte divine (2012), Les savoir du corps entre islam et services (2008); Migranti involontari (con P. Falteri) (2011); Les enfants d’immigrés en Ombrie (2012); Il razzismo istituzionale (2016); Razza, razzismo e migrazioni: uno sguardo antropologico (2017); Donne, giovani, musulmane: la sfida di una doppia identità (2017); L’Europe pèlerine (con L.S. Fournier, a cura di) (2017); Local identities and Transnational Cults within Europe (con K. Griffin, a cura di) (2018).

 

Erika Grasso, PhD in Antropologia culturale presso l’Università degli Studi di Torino (2017). Dal gennaio 2018 collabora come borsista di ricerca con il Sistema Museale di Ateneo dell’Università degli Studi di Torino. Ha condotto ricerche nelle regioni settentrionali del Kenya su processi di evangelizzazione e costruzione dello spazio urbano della città di Marsabit. Qui ha curato la creazione dell’archivio della missione cattolica. Da anni lavora come curatrice presso il Museo Civico Antonio Adriano di Magliano Alfieri e ha collaborato alla campagna di catalogazione delle collezioni africane del Museo dei Missionari della Consolata di Torino. Dal 2018 lavora sulle collezioni etnografiche del Museo di Antropologia ed Etnografia (MAET) del Sistema Museale di Ateneo di Torino curandone la conservazione e la catalogazione.

 

Leonardo Piasere (PhD in Antropologia sociale e storica, EHESS di Parigi), già professore nelle Università di Bari, Firenze e Verona, è attualmente un ricercatore indipendente in quiescenza. È stato visiting in diverse istituzioni accademiche in Francia, Spagna e Messico. Specialista di antropologia delle popolazioni rom, ha diretto diversi progetti di ricerca nazionali e internazionali sulle loro condizioni di vita e sull’antiziganismo. Oltre che di numerose pubblicazioni su tali temi, è autore di saggi di antropologia della parentela, di antropologia della scuola e di epistemologia ed ermeneutica etnografica. Convinto sostenitore del “bisogno antropologico” nello spazio pubblico extra-accademico, è stato co-fondatore della Società Italiana di Antropologia Applicata (SIAA). Da qualche anno conduce studi di storia delle antropologie, e in quest’ambito ha recentemente pubblicato: Raffaele Maffei’s “Anthropologia” (1506): the birth and diffusion of a (quasi)-neologism, “DADA”, 2019, 1, pp. 55-89; Crania cingarica. La construcción antropológica del cuerpo gitano (1780- 1930), “Historia social”, 2019, 93, pp. 103-122; L’antropologia “applicata” dei nazisti, “Antropologia pubblica”, 2019, 5/1, pp. 151-167. Quando arrivarono al mare. Zigani Gitani Zingari Rom nella canzone italiana (Roma, 2019) è il suo ultimo volume, scritto in collaborazione con Isabella D’Isola e altri.